Lei mi parla ancora – La regia di Pupi Avati

ARTICOLO DI Gianni Canova

C’è un sottile gioco di antitesi e di analogie che tesse la trama di Lei mi parla ancora.

Come se Pupi Avati, nell’orchestrare un film che vuol essere al tempo stesso la rievocazione di una storia d’amore durata 65 anni e la rendicontazione di come si può raccontare questa storia con il linguaggio della letteratura e con quello del cinema, sentisse il bisogno di “ancorarsi” a ciò che nel tempo dura e si assomiglia e si ripete, ma anche a ciò che nello spazio cozza e stride. Qualche esempio. Sul dettaglio della mano di Nino che stringe la mano di Rina il giorno delle nozze Avati stacca per analogia su un analogo dettaglio delle mani sovrapposte, 65 anni dopo, mentre i due anziani sposi sono sdraiati l’uno accanto all’altra nel letto coniugale.

Poco dopo però quando lui si gira verso di lei e le sussurra “Siamo immortali…”, Avati stacca per antitesi sul ralenty della barella su cui la Rina viene portata via verso la morte che l’attende. Allo stesso modo l’alternanza fra primi piani e campi lunghi, fra interni e esterni, fra inquadrature vuote e inquadrature gremite, delinea una partitura visiva che nel gioco di contrasti e di assonanze trova il suo senso e il suo ritmo.

Perfino il gioco delle citazioni di cui il film è intessuto risponde a una logica analoga: la scena di Il settimo sigillo di Bergman che viene proiettato nella piazza del paese è quella in cui si dice “..e la morte austera li invitò a danzare”, con un forte effetto contrastivo fra l’austerità della morte e la festosità della danza, mentre la citazione finale di Pavese ( “L’uomo mortale non ha che questo d’immortale: il ricordo che porta e il ricordo che lascia.”) sintetizza alla perfezione proprio questo gioco di antitesi e analogie: mortale/immortale, ricordo/ricordo, portare/lasciare. Ma si potrebbe continuare: la scarpa nera della Rina che cade in terra mentre la cameriera sta portando via gli abiti della donna è un segno di assenza che fa contrasto con le scarpette bianche epifaniche che annunciano e prefigurano l’apparizione e la presenza della stessa Rina da giovane, in una delle scene più belle e struggenti del film.

Ma in fondo la stessa coppia di protagonisti (il vecchio Nino sconvolto dalla scomparsa della moglie e il giovane Amicangelo che lo aiuta a trasformare in libro la sua storia d’amore) è concepita in base alla stessa logica: per narrare una storia d’amore immortale viene chiamato un ghost writer che ha solo storie d’amore precarie e parziali.

Lei mi parla ancora, in fondo, è una storia di fantasmi: nel suo continuo scivolare da un piano temporale all’altro (dagli anni ’50 ai giorni nostri), Pupi Avati ricorre a delicatissimi tocchi di realismo magico per far apparire accanto al vecchio Nino la giovane Rina, o per far dialogare il giovane Nino con lo spettro del cognato (Alessandro Haber) da tempo scomparso. Passato e presente in questo modo si confondono, e i vivi parlano con i morti, e i morti danzano con i vivi, in una sorta di flusso della coscienza che rende visibili i ricordi e – per questa via – svela ciò che di immortale c’è nei personaggi.

Con discrezione e con pudore, Avati lavora di sottrazione. Smussa, arrotonda, liscia. Non punge mai. Guida Renato Pozzetto verso un’interpretazione memorabile e riesce a renderlo commovente anche quando è statico e immobile (come nella scena con il cappellaccio nero prima del funerale). E il film, pur lasciandosi permeare dai segni del tempo (l’alluvione del Polesine, il suicidio di Pavese), finisce per essere una fiaba gentile sospesa fuori dal tempo, capace di inumidire gli occhi e intenerire i cuori.