La Nave sepolta – La regia di Simon Stone

ARTICOLO DI Gianni Canova

Portare alla luce ciò che non si vede. Rendere visibile il nascosto, il rimosso, il sotterraneo. Scavare. Raspare. Far riaffiorare. Consiste in questo, il lavoro dell’archeologo. E Basil Brown (Ralph Fiennes) è un archeologo. Meglio: ha una passione assoluta per l’archeologia. Scava da quando era un bimbo. Ha competenza e conoscenza. Ma viene dal popolo e ha origini troppo umili per essere accolto nei circoli snob ed elitari dell’Accademia Britannica. Per loro lui è tutt’al più uno scavatore, un dilettante. Manovalanza. Non sanno che sarà lui, alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, a fare la più sensazionale scoperta dell’archeologia britannica: una nave antichissima, probabilmente camera mortuaria di un Re o di un Guerriero, sepolta sotto un tumulo di terra nella tenuta di proprietà di una giovane vedova (Carey Mulligan), a sua volta posseduta dal demone dell’archeologia, che lo ingaggia proprio per scoprire cosa c’è nascosto lì sotto.

E’ un film antico, La nave sepolta. Lo è nel ritmo pacato, nell’eleganza composta, nei colori tenui, nella discrezione trattenuta con cui mette in scena conflitti e passioni. Ma al tempo stesso è un film modernissimo. Per come gioca di continui asincronismi fra visivo e sonoro (il sonoro di una scena inizia quasi sempre quando il visivo ancora si sofferma sulla scena precedente).

Per come alterna sapientemente le inquadrature orizzontali sulla campagna inglese, immergendo i personaggi in campi lunghissimi che li rendono minuscoli e quasi impercettibili, a inquadrature verticali dall’alto o a vere e proprie plongé che inquadrano il luogo degli scavi.

Il saliscendi, di fatto, è il movimento dominante del film: bisogna scendere giù, nella terra, e magari anche restare sepolto in essa (come accade a Basil) per far venire su i tesori che in essa si nascondono. Bisogna alzare lo sguardo per vedere ciò che restando a livello della terra non si vedrebbe. Bisogna scavare a mani nude anche nel cuore dei personaggi per intuire le passioni che laggiù giacciono e bruciano, lasciando apparire solo tenui bagliori sul viso. E mentre nei cieli passano minacciosi aerei da guerra che ricordano l’imminente esplosione del conflitto mondiale (siamo nel 1939), sul terreno della vedova Pretty giungono minacciosi i tutori dell’ortodossia archeologica e museale che vorrebbero assumere la direzione degli scavi e accaparrare ai loro musei i tesori che Basil sta portando alla luce. Ma il proletario scavatore e l’aristocratica signora che l’ha ingaggiato non ci stanno: fra loro c’è un legame più forte di ogni ortodossia, è amore puro per gli scavi, forse è anche amore fra di loro, ma non detto, inespresso, represso, silenzioso.

Ralph Fiennes – alla sua prova più convincente dai tempi del cronenberghiano Spider – è austero, laconico, impacciato, ma testardo, e con in testa un cappellaccio marrone dà al suo personaggio una statura gigantesca. “Noi riveliamo la vita. E’ per questo che scaviamo”, dice con passione.

Come ogni innovatore, sa pensare fuori dagli schemi. Ha uno sguardo “altro” sulle cose. E quando si accorge che alla sua “compagna” di scavi resta poco da vivere trova proprio nell’archeologia e nella capacità di riportare alla luce ciò che era sepolto la possibilità di elaborare un’altra visione del tempo: “Facciamo parte di qualcosa che continua, non moriamo mai davvero”.  Simon Stone, australiano, già acclamato regista teatrale, orchestra il sistema dei personaggi in modo che lo sviluppo della storia leghi continuamente il presente al passato, la terra al cielo, l’individuale al collettivo.

In tal modo riesce a trasmettere anche a noi spettatori uno stato emotivo perennemente in bilico tra fragilità e malinconia.