Pieces of a Woman – La recitazione di Vanessa Kirby

ARTICOLO DI Gianni Canova

Ci sono due piani sequenza che tolgono il fiato in Pieces of a Woman.

Il primo dura 23 minuti, è collocato all’inizio del film, prima dei titoli di testa, e vede in scena un uomo, una donna e un’ostetrica alle prese con l’ansia, la gioia e il dolore di un parto. Il secondo si colloca invece nella seconda parte del film e riunisce tutti i personaggi in un’elegante villa bostoniana per un pranzo di famiglia che dovrebbe essere di rappacificazione e che invece segna e sancisce un’inevitabile frattura e una dolorosa separazione.

Al centro di ognuno dei due piani sequenza, con la sua bellezza solare e al tempo stesso ombrosa e indecifrabile, c’è la bravissima Vanessa Kirby, giustamente premiata all’ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia con la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile. Nel primo piano sequenza, tecnicamente complicatissimo, Vanessa (che non ha mai messo al mondo un figlio, ma ha interrogato decine e decine di madri sull’esperienza del parto) simula i sospiri, gli sguardi, i sussulti, i gemiti e i dolori di una donna che ha deciso di partorire in casa, accanto al suo compagno (Shia LaBoeuf), e che vive con un coinvolgimento emotivo fortissimo l’esperienza del dare alla luce una vita.

La macchina da presa del regista Kornel Mundruczo, ungherese, qui alla sua prima esperienza americana, scivola sul suo corpo, sta stretto sul pancione e sul suo volto, le ruba i respiri e gli ansimi, senza staccare mai, coinvolta e partecipe, fino alla tragedia che irrompe inattesa e improvvisa, e che viene pudicamente lasciata fuoricampo: il piano sequenza termina infatti con l’arrivo dell’ambulanza e con lo schermo che va a nero.  Il secondo piano sequenza è ambientato invece nella casa della madre di lei, aristocratica signora ebrea scampata all’Olocausto e da sempre ostile al matrimonio della figlia con un proletario come l’uomo che lei ha scelto. Qui la macchina da presa si sposta nervosamente da un personaggio all’altro, si ferma su dettagli oggettuali, cerca di tenere unito ciò che si sta inevitabilmente frantumando. Tanto che alla fine a tenere insieme un’ipotesi di famiglia è proprio e solo il movimento della mdp.

Unire ciò che si spezza, separare ciò che unisce: sembra questa la logica di messa in scena adottata da Mundruczo, fin dalla scelta della professione del protagonista maschile: costruisce ponti, ma sa che a volte, “per ragioni di risonanza” un ponte può anche crollare, inaspettatamente. Piece of a Woman (pezzi di una donna? o una donna a pezzi?) è un film su ponti reali e metaforici che crollano, su legami che si spezzano, su affetti che franano e collassano. Perché dopo la tragedia iniziale, dopo la perdita di una bimba tanto attesa e desiderata e rimasta in vita solo pochi minuti, tutto sembra davvero collassare: il rapporto fra i mancati genitori, ma anche quello con le rispettive famiglie. Allora iniziano i rinfacci, i tradimenti, i silenzi, le ostilità. E Vanessa Kirby è di una bravura struggente nel prestare il suo volto altero ed enigmatico alla messinscena di un dolore indicibile, di un trauma che squassa, e spezza, e lacera, e uccide. Così, nel freddo inverno del Massachusetts, mentre i mesi passano, in cucina si accumulano i piatti sporchi che nessuno più lava, le piante muoiono perché nessuno le cura, gli affetti si inaridiscono e i cuori gelano come il paesaggio invernale in cui si svolge l’azione.

All’ultima Mostra del Cinema di Venezia Vanessa Kirby (che molti ricordano soprattutto per il ruolo della principessa Margaret da giovane nella serie The Crown) era in concorso anche con un altro film, World to Come, in un ruolo forse anche più coraggioso e spregiudicato (una donna che si innamora di un’altra donna nella solitudine delle fattorie isolate del vecchio West). Ma qui la giovane attrice sa far parlare il silenzio.

Sa riempire di senso il non detto e il non visto. Sa costruire una fenomenologia del lutto tanto più straziante quanto più discreta e pudica, mai urlata, mai eccessiva. Come se un melodramma alla Douglas Sirk fosse messo in scena da John Cassavetes, in una sorta di sintesi impossibile che trova proprio nello sguardo di Vanessa Kirby un possibile ancorché fragile e precario ma orgoglioso punto di equilibrio.