La tela dell’inganno – La regia di Giuseppe Capotondi

ARTICOLO DI Gianni Canova

Sullo schermo nero risuona una musica di Handel. Con un lento carrello in avanti la macchina da presa percorre un corridoio oscuro avanzando verso la luce della finestra in fondo al campo visivo. Una voce off comincia a parlare: “Devo essere onesto. L’arte non esisterebbe senza la critica. Noi siamo gli argini che contengono il fiume dell’arte”.

Riflesso in uno specchio, di spalle, vediamo il personaggio che sta parlando: è un critico d’arte, sta facendo la cyclette ma intanto prepara la conferenza che dovrà fare di lì a poco. Stacco. Lo vediamo mentre la sta facendo, la conferenza. Poi torniamo al momento in cui la sta preparando. Poi di nuovo siamo nella sala conferenze, dove in ultima fila si siede una misteriosa ragazza bionda.

Il critico sta presentando al pubblico il dipinto di un artista che – afferma – sarebbe sopravvissuto al lager facendo ritratti ai gerarchi nazisti e che poi, come per autopunirsi, avrebbe smesso di usare il pennello per dipingere. Il pubblico ascolta facendo cenni di assenso. Lui esalta le qualità estetiche del quadro. “Ho dato forma alla vostra esperienza di questo dipinto. Vi ho convinto che è un capolavoro”, dice. Ma subito dopo, con un geniale coup de théatre, nega quello che ha appena affermato: è tutto falso, il quadro è di pessima qualità. Lui però ha saputo far credere il contrario. “Questo – conclude – è il potere del critico. Ed è per questo che dovreste stare attenti a quelli come me”. Mette subito le carte in tavola, Giuseppe Capotondi, alla sua opera seconda dopo l’esordio con La doppia ora: La tela dell’inganno (ma il titolo originale è più criptico e misterioso, suona come The Burnt Orange Heresy) è un film sull’arte, sul rapporto fra verità e menzogna, sulla relazione ambigua che sempre lega verità e finzione.

Capotondi prende spunto da un romanzo di Charles Willeford, ma trasferisce l’azione dall’America alla Lombardia, tra una Milano che sembra New York e una villa patrizia sul lago di Como. Qui un luciferino collezionista d’arte interpretato da Mike Jagger invita il critico e quella che sembrerebbe la sua amante occasionale (la ragazza bionda conosciuta alla conferenza) per dargli un incarico molto particolare: rubare un quadro di un artista che vive isolato ai bordi della tenuta sul lago.

È considerato un po’ il Salinger della pittura, questo artista interpretato da un superbo Donald Sutherland: dopo che un incendio ha distrutto tutti i suoi quadri a Parigi, vive nascosto, in clandestinità, e nessuno ha mai più visto una sua opera.

Ci fermiamo qui, per non togliere a chi vedrà il film il piacere di scoprire i particolari di un intreccio denso di trabocchetti, depistaggi, falsi indizi e doppie verità: Capotondi immerge a poco a poco la storia in atmosfere noir e le conferisce evidenti sfumature hitchcockiane, cala i personaggi nell’ambiguità e fa della storia un apologo sull’arte nella società contemporanea. L’attore che interpreta il critico, non a caso, è Claes Bang, già protagonista del film svedese The Square, che nel 2017 vinse la Palma d’oro a Cannes con un analogo racconto sul potere dell’arte. È lui che in La tela dell’inganno a un certo punto sostiene che gli artisti non dicono la verità: “Se si trattasse solo di dire la verità lo saprebbe fare chiunque. Il mio lavoro di critico – afferma – è separare le belle bugie da quelle brutte”.

Così il pittore “eremita” dipinge solo tele bianche e lascia che i critici ci vedano le loro chiacchiere. Ma proprio qui si innesta il thriller: una tela bianca con la firma dell’autore si presta facilmente ad essere falsificata e riempita di forme e colori. E il critico è ovviamente il miglior falsario. Rimarrà – letteralmente – con un pugno di mosche in mano. Ben sapendo che nei dipinti medievali quando un artista dipingeva una mosca su un personaggio voleva rappresentare il peccato.