The Midnight Sky – La regia di George Clooney

ARTICOLO DI Gianni Canova

Si chiama Augustine il protagonista di The Midnight Sky. In italiano, Agostino. Nome strano per uno scienziato americano. Nome non casuale in un film che ai nomi conferisce un’importanza decisiva (aspettate il finale e capirete – a sorpresa – perché sia tanto importante il nome Iris della bambina coprotagonista). Agostino: come il filosofo-teologo autore di Le confessioni. C’è una frase di Agostino di Ippona che mi piace molto. Dice: “E gli uomini se ne vanno a contemplare le vette delle montagne, e i flutti vasti del mare, le correnti ampie dei fiumi, l’immensità dell’Oceano, il corso degli astri, e passano accanto a se stessi senza meravigliarsi”.

Dubito che George Clooney conosca questa frase di Agostino. Ma a me piace ricordarla perché mi sembra sia perfetta per capire questo strano, bizzarro, anomalo e – a mio parere – affascinante film che ruota attorno a uno scienziato di nome Agostino: perché qui George Clooney ci porta a contemplare le immagini della terra e degli astri cercando di farci meravigliare di quel che vediamo. The Midnight Sky è un film al tempo stesso contemplativo e meravigliante. Hanno scritto che è noioso, poco coinvolgente, poco verosimile. Hanno detto che la storia non chiude. Io dico invece che è un film da vedere più che da narrare. Da contemplare più che da ingurgitare. Da meditare più che da consumare.

Che Clooney punti in alto è evidente fin dall’incipit del film: la prima immagine, con la macchina da presa che da un interno guarda fuori, oltre lo stipite di una porta aperta, verso l’esterno, non può non ricordare l’analoga immagine – iconica e quasi leggendaria – di Sentieri selvaggi di John Ford: là come qui la regia mette in connessione un dentro (luogo della sicurezza) e un fuori (luogo del pericolo e della minaccia). Là il fuori era il deserto americano, qui è la distesa di ghiaccio dell’Artico. Siamo nel febbraio 2049. “Tre settimane dopo l’accadiuto”, dice una didascalia.

Cosa sia accaduto non si sa. Non ci viene detto. Giustamente. Neanche Hitchcock spiegava perché i volatili attaccano gli umani in Gli uccelli. Neanche Cormac McCarthy spiega cosa sia successo prima dell’inizio di La strada. Alla faccia di chi, oggi come allora, vorrebbe spiegazioni razionali  e verosimili per tacitare la propria incapacità emozionale e cognitiva di reggere il dubbio e l’ignoto.

Sta di fatto che la Terra è diventata inabitabile. E’ la fine del mondo? Tutti fuggono, evacuano, cercano nella fuga un’improbabile salvezza. Lui, Augustine, malato terminale, no. Lui decide di intraprendere un viaggio verso una base artica abbandonata ma dotata di una tecnologia di comunicazione spaziale più potente per entrare in contatto con un’astronave che sta tornando da una missione su una Luna di Giove, la K-23, che lo stesso Augustine ha scoperto con i suoi studi e che potrebbe essere idonea ad ospitare gli umani profughi dal pianeta Terra.  Ma è inverosimile! ciancica qualcuno. Non si è mai sentito parlare di questa Luna di Giove, come facciamo a crederci? “E’ inverosimile che un uomo malato affronti il gelo dell’Artico da solo, a bordo di una motoslitta!”, dice uno.

“E’ inverosimile che ci si<no lupi a quelle latitudini….!”, blatera un altro. Bazzecole. Quisquilie. Pinizillacchere. A un film così o ci credi o non ci credi e ti aggrappi alle tua solide certezze (“Non ci sono lupi, lassù!”: e se il lupo fosse un’allucinazione di Augustine? o tua? o mia?). Comunque: guardatelo, Augustine. Magro, barbuto, disincantato. Guardatelo fin dalle immagini iniziali e ditemi se non vi ricorda un po’ David Bowman di 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick (altro capolavoro di inverosimiglianza!!!!!!!). Come David dopo la missione oltre Giove (Giove!), anche Augustine è vecchio, curvo, solo. Come David si siede e mangia. In un contenitore verde. Le sue movenze, i suoi movimenti lenti, la sua postura, portano lì, a Kubrick: qui, come in 2001 si narra di qualcuno che sta cercando di tornare a casa dopo aver visto cose che nessun umano aveva mai visto prima. Dunque: Sant’Agostino e Stanley Kubrick. Ma anche il Cuaron di Gravity, o il Nolan di Interstellar.  Dejà vu? Un po’ sì e un po’ no. Perché Clooney qui mescola due archetipi: quello del viaggio di ritorno (il nostos dell’Odissea) e quello dell’assedio (il tema dell’Iliade: anche se qui gli umani non sono assediati da un esercito nemico ma dal cosmo ostile, delle tempeste di neve, dalla paura di morire).

Come si fa a dire che è poco coinvolgente? Basterebbero la scena della tempesta di neve, con Clooney perso nel bianco accecante di una nebbia di ghiaccio, ridotto a statua gelata, che brancola nel vuoto, e perde l’orientamento, e cade, e si dispera, o la scena della tempesta di meteoriti che colpisce l’astronave e mette fuori uso il radar e le comunicazioni, per inchiodare alla sedia. Buio/luce. Notte/giorno. Nero/bianco. Luci artificiali dell’astronave/luce naturale dell’Artico. E ancora: speranza/disperazione, morte/vita.

Costruito su coppie antitetiche molto efficaci, visivamente intrigante, bello per i suoi silenzi e per le sue pause, per le sue sospensioni, per i dubbi che innesta, per la recitazione di Clooney.  The Midnight Sky è uno di quei film che non ti danno quello che ti aspetti, che ti sfidano, e che ti propongono “altro”.  Bene così: di questi tempi, almeno per me, è prima di tutto questo che si può e si deve chiedere al cinema.