Mank – La sceneggiatura di Jack Fincher

ARTICOLO DI Gianni Canova

“Questa è un’attività in cui l’acquirente con i suoi soldi non ottiene altro che un ricordo. Quello che compra appartiene ancora a chi gliel’ha venduto. È questa la vera magia del cinema!”: credo sia in questa frase, pronunciata da un esagitato Louis B. Mayer mentre cammina accompagnato dai due fratelli Herman e Joseph Mankiewicz, una delle vie più interessanti per accedere a un film complesso, stratificato e proteiforme come Mank.  Molti hanno interpretato questa frase come un omaggio alla natura sfuggente e inafferrabile del cinematografo, ma io credo invece che vada presa alla lettera: una fredda, cinica e limpida diagnosi sullo statuto economico e sui modi di produzione dell’industria cinematografica.

Un’industria che chiede soldi (e li ottiene) in cambio di tracce emozionali e memoriali, e che mantiene la proprietà di quel che vende ai suoi fruitori. Di chi è la sceneggiatura di un film? È di chi ha pagato il biglietto (o si è abbonato alla piattaforma) per vedere il film? O di chi l’ha scritta? O ancora di chi il film l’ha prodotto?

Mank ricostruisce in un bianco e nero di filologico rigore e di sontuosa bellezza proprio la nascita di una sceneggiatura controversa: quella di Quarto potere di Orson Welles. Sulla paternità di questa sceneggiatura (che nel 1942 fu premiata con l’Oscar) c’è perfino chi ha scritto un saggio (Pauline Kael, Raising Kane, 1971): a chi si devono le trovate che ne hanno fatto una pietra miliare della storia del cinema? A Orson Welles  o a Herman Mankiewicz? Uno dei pregi della sceneggiatura di Mank, scritta dal padre del regista, Jack Fincher, sta nella capacità di rendere appassionante emozionante e coinvolgente un interrogativo che sulla carta poteva interessare tutt’al più gli storici del cinema o i più accaniti cinéphiles.

Invece Mank coinvolge e incanta tutti: merito certo di una strepitosa fotografia in bianco e nero che sembra far rivivere sullo schermo le luci e le atmosfere del cinema anni ’30-’40, con quelle writing rooms sempre invase da volute di fumo, e quelle veneziane sempre abbassate, quei tagli di luce nel buio, e quelle sigarette sempre accese, e quello stato di ebbrezza permanente sempre sospeso fra il naufragio etilico e l’euforia creativa….Ma il merito principale dell’incanto è nella sceneggiatura scritta – dicevamo – dal padre del regista e recuperata da David Fincher almeno 20 anni dopo.

Strana figura, quella di Jack Fincher. Giornalista, caporedattore della rivista fotografica Life, grande appassionato di cinema, quando va in pensione si mette a scrivere sceneggiature, ma nessuna diventa film (anche se Big Eyes di Tim Burton pare abbia preso spunto proprio da una sua sceneggiatura). Mank è l’unica eccezione: ma perché diventi film ci vuole l’intervento del figlio, che in questo modo restituisce al padre un po’ di quella passione per il grande schermo che il genitore gli ha  trasmesso. Come funziona questa sceneggiatura Fincher lo fa dire a Herman in persona (interpretato da un Gary Oldman che è un altro degli  degli elementi di incanto del film): “la narrazione – dice il personaggio – è un unico grande cerchio, come una girella alla cannella, non è una linea diritta che punta all’uscita più vicina”. Anche lo script di Jack Fincher funziona così: un andirivieni ininterrotto di flashback e di flashforward, un continuo slalom temporale, una gimcana narrativa.

Lo dice bene ancora una volta proprio il personaggio di Herman: “una collezione di frammenti che rimbalzano nel tempo come fagioli ballerini messicani”. Mank è un film danzante. Scoppiettante. A volte dolente. Altre volte struggente. Inevitabilmente nostalgico. Ma è anche un film sorprendentemente politico. Prendete tutta la parte che riguarda le elezioni in California del 1934, con il democratico progressista Upton Sinclair accusato di essere un comunista e battuto assoldando attori che fingono di essere elettori per parlare male di lui.  David Fincher avrebbe voluto eliminare questa parte, la trovava discutibile e poco credibile.

Ma poi visto l’andazzo di molte competizioni elettorali in Occidente, anche Fincher ha cambiato idea. E ha lasciato in bocca al personaggio di Herman due delle battute più politiche scritte da suo padre. La prima: “Se continui a dire cose false alla gente, gridandole a lungo, è probabile che dopo un po’ molti ci credano”. La seconda: “Puoi fare tutto se hai il potere di far credere che King Kong è alto 10 metri e che Mary Pickford è vergine a 40 anni”.

Con la sua gamba ingessata, costretto all’immobilità come James Stewart in La finestra sul cortile, ma con le  antenne sempre attente a captare i segnali di cambiamento del mondo, il personaggio di Herman è uno dei più politici del cinema degli ultimi anni e il film che lo mette in scena ha l’onestà di dirci che ciò che ci sta incantando non ci appartiene e che al cinema non siamo noi i padroni dei nostri sogni.