L’incredibile storia de L’isola delle rose – La regia di Sydney Sibilia

ARTICOLO DI Gianni Canova

10 minuti di cinema puro. Quasi senza parole. Da un lato la piattaforma costruita nel Mar Adriatico, fuori dalle acque territoriali italiane, dall’ing. Giorgio Rosa, estroso sognatore che incarna lo spirito più visionario e libertario del ’68, dall’altro gli incursionisti della Marina Militare inviati dallo Stato a bordo dell’incrociatore Andrea Doria per distruggere con l’esplosivo quella ”pericolosa” isola di libertà che ha avuto l’ardire di proclamarsi Repubblica indipendente.

Storia vera, anche se davvero incredibile. Se volete vedere quanto è bravo nel raccontarla Sydney Sibilia (l’autore della trilogia di Smetto quando voglio, godetevi anche solo il finale: cinema fatto di sguardi, di campi lunghi e dettagli, di gesti,  di silenzi. Non servono parole.

Le immagini significano, le immagini comunicano, le immagini emozionano. Da un lato i rituali stanchi e untuosi del potere politico, dall’altro lato l’arroganza del potere militare, all’altro ancora l’orgoglio di chi si tiene per mano a testa alta per rivendicare il proprio diritto a non sottostare ai diktat del potere. Azzardo un’affermazione forte: secondo me L’incredibile storia de L’isola delle rose è il più bel film italiano sul ’68 che io ricordi. Benché diretto da un ragazzo che nel’68 non era ancora nato (o forse proprio per questo?), ne coglie lo spirito e l’anima molto più di quanto non abbiamo saputo fare quei registi che pure del’ 68 sono stati protagonisti o testimoni diretti.

Perché Sibilia (e con lui l’interprete protagonista Elio Germano) “sente” (e forse anche condivide) con i suoi personaggi la voglia di cambiare il mondo con spirito ludico, prima che i dogmi delle ideologie venissero a soffocare quello straordinario impulso alla libertà di tutti e per tutti che del ‘ 68 era stato il motore primo. “Cerca di essere normale. Provaci. Saresti più felice…”, dice a Giorgio all’inizio del film il padre, metalmeccanico alla Ducati, orgoglio operaio emiliano, concretezza e serietà. Ma il figlio non ce la fa ad accettare la cosiddetta “normalità”. Ha orrore dell’omologazione. Vuole davvero la “fantasia al potere”. Solo che per lui questa non è una metafora: lui la sua isola se la costruisce davvero. E la proclama Stato indipendente. Oltraggio inammissibile per lo Stato italiano, che – ora come allora? – ha un terrore inconfessabile della libertà degli individui. E quando i tentativi di corruzione non vanno a buon fine, resta sempre il tritolo per far morire i sogni non omologati.

Ma in L’incredibile storia de L’isola delle rose del’68 non ci sono solo gli umori e gli amori (quello fra Giorgio e l’ex-fidanzata interpretata da Matilda De Angelis è tenerissimo nella sua bizzarria): ci sono le canzoni (da Geghegé di Rita pavone a Non è un capello di Edoardo Vianello a Sognando la la California dei Dik Dik, senza dimenticare Hey, Joe di Jimi Hendrix), i fumetti (Diabolik) e il cinema (finalmente qualcuno che ricorda che il più bel film del’68 è La notte dei morti viventi di George A. Romero!).

Ci sono i colori caldi e anche un poco acidi dei filmini in super8 di quegli anni, le minigonne e il Cynar come bibita epocale. E c’è un cast  assolutamente azzeccato, dove accanto a Germano e a Matilda De Angelis spiccano Andrea Pennacchi nella parte del padre, Leonardo Lidi nei panni del socio che ha progettato con Giorgio l’isola delle rose e poi Luca Zingaretti e Fabrizio Bentivoglio chiamati a interpretare –su un registro un po’ troppo smaccatamente sorrentiniano – due leader storici della Democrazia Cristiana, il presidente Giovanni Leone e il ministro dell’Interno Franco Restivo. Loro sembrano vecchie decrepite maschere della commedia dell’arte, Giorgio e i suoi compari edonisti e visionari sembrano la versione romagnola del geniaccio zemeckisiano di Marty McFly: sono il nostro ritorno al futuro.