La belva – La recitazione di Fabrizio Gifuni

ARTICOLO DI Gianni Canova

Sudato. Rasato. Tatuato. Impasticcato. Barbuto. Canuto.

Appare così Fabrizio Gifuni nella prima sequenza di La belva, opera seconda di Ludovico Di Martino  Si sveglia prima della sveglia. Fa ginnastica. Si percepisce subito che qualcosa lo turba. Che un demone lo assedia.

Reduce di guerra, Leonida (nomen omen…) Riva – così si chiama il personaggio – ha visto e vissuto i peggiori conflitti del nostro tempo, è sopravvissuto a torture feroci, ha combattuto nemici crudeli e invisibili.

Capitano delle Forze Spcciali, tornato in Italia fatica a rientrare nella ”normalità”. Ammesso che sia normale un mondo in cui si arriva a rapire una bimba di sei anni per metterla in vendita sul mercato della pedofilia. La bimba rapita si chiama Teresa ed è sua figlia. Per ritrovarla, Leonida torna il guerriero che non ha mai smesso di essere e entra in guerra col mondo. Solo contro tutti. La trama di La belva è tutta qui. N

ulla di particolarmente originale, a prima vista: il tema dell’innocenza perduta che esige di essere vendicata l’abbiamo già visto più e più volte sullo schermo, da Taken a Un uomo tranquillo fino al recente A Beautiful Day di Lynne Ramsay, che di un film come La belva è la matrice più che evidente, tanto che perfino il look del protagonista (uno straordinario Joaquin Phoenix) ispira se non altro la barba e la postura del personaggio interpretato da Fabrizio Gifuni. Ma non è un limite, anzi: quando si crea e si inventa bisogna saper scegliere, prima di tutto, i modelli giusti. E La belva sceglie modelli per lo più estranei alla tradizione consolidata del cinema italiano, andando a frugare nei canoni e nei topoi del revenge movie internazionale.

L’operazione si regge quasi tutta sulle spalle di Fabrizio Gifuni, bravissimo nel far affiorare sulla pelle il suo lato oscuro e nel rendere con una recitazione mai sopra le righe, e giocata spesso di sottrazione, la furia che lo anima e lo muove. Fate attenzione a come appare e scompare all’improvviso, o a come lascia che il suo volto si copra di sangue, lividi, cicatrici e tumefazioni. Ma osservate anche come sa mettere in connessione i suoi movimenti nelle scene che rivede in flashback allucinati (su tutti, quello della tortura nel sotterraneo con la volta a botte) con le movenze e i gesti del presente.

Hanno notato in tanti che da un attore noto soprattutto per essere un interprete “di parola” non ti aspetteresti una performatività così fisica, così tutta calata nel corpo, nei muscoli, nei gesti. Ma questo accentua ancora di più il carattere di sfida che Gifuni assume su di sé, uscendo con forza dalla sua comfort zone e inoltrandosi in un territorio che solo di recente il cinema italiano ha iniziato  ad esplorare (penso ad esempio ad Alessandro Borghi in Il primo re).

In alcune scene – ad esempio nella scazzottata a mani nude sulle scale – recita anche in piano sequenza, senza controfigure possibili, e senza che il montaggio possa intervenire a simulare una violenza come puro effetto grammaticale. Gifuni si mette in gioco: tumefatto, cupo, furente, stremato, silente, ferito nell’anima prima ancora che nel corpo, dà profondità e credibilità a un personaggio che poteva essere tranquillamente bidimensionale e dimostra di essere perfettamente funzionale a un’idea di cinema che cancella volutamente ogni riferimento spazio-temporale (non si sa né dove né quando si svolge l’azione) per porsi come specchio oscuro ed inquietante della nostra indistinta, violenta e ormai globalizzata contemporaneità.