Shadows – La produzione di Matteo Rovere e Andrea Paris

ARTICOLO DI Gianni Canova

Starlight Hotel. Un vecchio albergo diroccato e abbandonato in mezzo a un bosco. L’insegna al neon azzurrognola qualche volta si accende ancora, ma è l’unica cosa che funziona. L’hotel è il rudere di un tempo finito. Una rovina cadente di un mondo scomparso. Dentro, vivono (o sopravvivono) solo tre persone: due sorelle adolescenti, Alma e Alex, e la loro madre, arcigna e severa.

Vivono al buio perché la luce del sole – dice la madre – è diventata letale per chi vi si espone. Loro per questo escono solo di notte, protette dal buio, e non oltrepassano mai il confine segnato dal ”fiume nero” che scorre in mezzo al bosco. Esiste ancora un mondo, oltre quel confine? Chissà. Le due ragazze – che vivono la turbolenta stagione dell’adolescenza – sarebbero curiose di scoprirlo, ma la madre – per proteggerle da pericoli e minacce – proibisce loro di allontanarsi dal rifugio isolato in cui vivono recluse.

Pullula di archetipi e di stereotipi la sceneggiatura di Shadows, opera seconda del regista romano Carlo Lavagna. Qualcuno ha citato come possibili riferimenti Buio di Emanuela Rossi (dove pure c’erano un mondo post-apocalittico e due sorelle recluse, ma con un padre invece che con una madre), o Light of my Life di Casey Affleck. Sono riferimenti pertinenti, ma non sufficienti. Perché la matrice primaria di un film come questo è, ancora una volta, The Village di M.Night Shyamalan: là, come qui, il bosco avvolge il luogo dell’azione e traccia una soglia immaginaria fra un dentro (luogo della protezione e del rifugio) e un fuori (luogo del pericolo e della minaccia).

Come in The Village anche in Shadows è una fotografia rinvenuta per caso a incrinare la narrazione che le vecchie generazioni propinano ai giovani e a mostrare come poteva essere il mondo ”prima”. Poco originale? Déjà vu? Forse, in parte. Ma non è un problema.

Shadows è – dichiaratamente e programmaticamente – un film di genere e come tale fa propri senza imbarazzo i canoni e i topoi che gli consentono di definire e declinare con chiarezza la propria identità narrativa.

Non a caso, la mente produttiva di tutta l’operazione risale ancora una volta ai nomi di Matteo Rovere (con la sua Groenlandia) e di Andrea Paris (con Ascent Film), a cui si devono molte delle operazioni produttive più coraggiose e innovative degli ultimi anni, non solo Il primo re ma anche Smetto quando voglio, La belva, Il campione, Il mio corpo vi seppellirà via via fino a L’incredibile storia de L’isola delle rose. Anche per Shadows Rovere e Paris creano un’operazione produttiva lontanissima dai protocolli dominanti del cinema italiano: mettono in piedi una coproduzione italo-irlandese, scelgono di girare in inglese con tre attrici britanniche (la protagonista, la ragazzina che fa Alma, si chiama Mia Threapleton ed è la figlia di Kate Winslet), costruiscono un cast con tre soli personaggi e girano in un’unica location per ridurre i costi di produzione, ma poi lavorano di fino sulle atmosfere, chiedono al direttore della fotografia di spalmare una patina ombrosa ed inquietante sugli ambienti e sugli spazi, commissionano la colonna sonora a un musicista raffinato come Michele Braga (Lo chiamavano Jeeg Robot, Dogman), che lavora magistralmente con gli strumenti ad arco per produrre sonorità stridenti e abrasive, e poi disseminano la storia di omaggi, riferimenti e link a tutta la storia del genere e della fiaba, da Pollicino a Hansel e Gretel, da Lucio Fulci a – troppo ambizioso? – Stanley Kubrick (impossibile non pensare a Shining quando le due sorelle percorrono i corridoi dell’hotel).

C’è qualcosa di veramente nuovo, in operazioni come questa. Tra i grandi autori della generazione precedente a quella di Rovere nessuno aveva mai fatto nulla di analogo. Nessuno aveva mai fatto esordire i giovani, né aveva osato la strada (e si era assunto il rischio) della produzione. In un cinema solipsista, spesso invidioso e autoreferenziale come quello italiano, non si può non salutare con gioia l’affermarsi di un talento che fa gioco di squadra, e che ha capito che è solo giocando con gli altri e per gli altri che giochi, alla fine, anche per te.