Il talento del calabrone – La produzione di Paco Cinematografica

ARTICOLO DI Gianni Canova

Tutto in una notte. Uno contro l’altro.

Uno in auto, l’altro davanti ai microfoni di una radio.

Quello in auto (Sergio Castellitto) telefona al conduttore di Radio105 (Lorenzo Richelmy) dicendogli in diretta che si vuole suicidare e che lo farà con una bomba che rischia di uccidere anche altre persone. Per dimostrare che non è uno scherzo, fa saltare in aria un piano di un grattacielo. Non solo: se la radio dovesse interrompere la diretta – minaccia – lui farebbe esplodere una seconda bomba. Perché lui ha delle cose importanti da dire, e tutti lo devono ascoltare. Intanto, nel cuore della notte, chiede al conduttore di mandare in onda la musica che gli piace.

Prima Bach. Poi Beethoven. Quindi una passacaglia, poi Boccherini. Dall’altra parte, nello studio radiofonico, arriva anche un’ufficiale dei carabinieri: è una donna (Anna Foglietta), era all’opening di una mostra, è in abito da sera scollato sulla schiena. Ma appena convocata sul posto, si mette gli anfibi e le pistole sotto le ascelle, pur restando in tenue de soirée. Chi è l’aspirante terrorista che minaccia la città? Cosa vuole  davvero?

La tensione sale, l’ansia cresce, la notte inghiotte tutto. Perché nulla è come sembra, in questo bel noir diretto da Giacomo Cimini e prodotto dalla Paco Cinematografica di Isabella Cocuzza e Angelo Paglia. E tu resti lì inchiodato allo schermo a cercare di capire cosa diavolo succede.

L’operazione produttiva non solo è pienamente riuscita, ma è anche coraggiosa e controcorrente. Perché dà fiducia al cinema di genere. Perché riesce a generare suspense con due personaggi chiusi l’uno in uno studio e l’altro nell’abitacolo di un’auto. E perché adotta modi produzione davvero inconsueti per il cinema italiano: il film è ambientato a Milano, ma salvo alcuni esterni notturni (Piazza Castello, il Museo del Novecento) e alcune riprese aeree (che la fotografia di Maurizio Calvesi rende luccicanti e pulviscolari come i cieli di Los Angeles in un film di Michael Mann), è interamente girato a Roma in uno studio sulla Tiburtina.

Tutto è finto. Invece di girare in location (come si fa  di solito in Italia), la produzione sceglie di costruire lo studio radiofonico su una piattaforma a due metri di altezza e di proiettare dal basso alle spalle degli attori lo sfondo della città. Anche l’auto da cui parla Sergio Castellitto in papillon è soltanto un artefatto su una piattaforma girevole e gli sfondi sono proiettati. Paco Cinematografica – che in passato ha mostrato di saper operare scelte produttive non solo di qualità ma anche formalmente eleganti e non appiattite sul gusto medio del cinema italiano (basta pensare a film intelligentemente innovativi come Basilicata coast to coast, La migliore offerta, Brave ragazze, Mio fratello rincorre i dinosauri) – conferma anche in questo caso una linea editoriale coerente, che esplora strade inconsuete, punta su nuovi talenti e non nasconde ambizioni internazionali.

Troppo? Decisamente no. Forse anche alla Paco si può applicare quel paradosso del calabrone che viene esplicitamente richiamato nel film: la struttura alare del calabrone, in relazione al suo peso, non è adatta al volo, ma lui non lo sa e vola lo stesso. Anche Paco cinematografica vola, a prescindere dalla ”struttura alare” consentita a una produzione italiana.