Cosa sarà – La recitazione di Kim Rossi Stuart

ARTICOLO DI Gianni Canova

Il cranio è inquadrato dall’alto.

Le mani dell’infermiere impugnano il rasoio e iniziano il taglio.

Sulle note di Perfect Day di Lou Reed i capelli di Bruno Salvati (Kim Rossi Stuart) volano via dalla testa. Un primo piano di profilo. Un altro primo piano, ma dall’altro lato. Poi una plongé dall’alto. Quindi dettagli del viso. Per tornare a un’inquadratura dall’alto a mostrare il cranio completamente rasato. Ora il personaggio (Bruno) è pronto al trapianto di midollo osseo con cui la medicina cerca di salvarlo da una grave mielodisplasia, mentre l’attore (Kim) è pronto a trasformare se stesso –anche fisicamente – nel personaggio che deve interpretare. Ma c’è un problema: il personaggio è l’alter ego dell’autore Francesco Bruni, che racconta in questo film la sua battaglia contro la leucemia.

Come fa un attore a dar vita all’autore che l’ha creato e che gli dà vita? In questo caso lo fa trasformandosi in coautore: Kim Rossi Stuart infatti firma con Bruni la sceneggiatura del film e fa un lavoro sul suo corpo per assomigliare a Bruni (nel modo di camminare, di gesticolare, di porgere la voce) senza cadere nell’insopportabile retorica del sosia.

Ma ci sono altre due sfide che Kim Rossi Stuart deve affrontare in un film come questo: la prima, evitare il rischio di cadere nella tentazione del ricatto emotivo e della retorica del dolore che con una storia di autofiction così drammatica era davvero molto insidioso. La seconda, riuscire a mantenere la recitazione su quel doppio livello, al contempo drammatico ma anche leggero e a tratti perfino ironico, che Bruni voleva imprimere al racconto. Kim – in una delle prove più mature della sua carriera – riesce a vincere tutte le sfide.

Attorniato da un cast davvero di livello (in cui spiccano Lorenza Indovina nel ruolo della moglie, Barbara Ronchi nelle vesti della sorellastra, un grande Giuseppe Pambieri nei panni del padre e una strepitosa Raffaella Lebboroni, moglie di Bruni nella vita, nel ruolo delicatissimo della dottoressa –  sbrigativa ma umana – che prende in cura il paziente), Kim Rossi Stuart riesce a trasformare la messinscena della malattia e il racconto della battaglia combattuta per vincerla in un’indagine sottile e coraggiosa sulla fragilità maschile.

Certo, le scene in cui ha modo di mostrare la sua adesione al dramma del personaggio non mancano: si pensi anche solo alla sequenza in cui è sul letto d’ospedale attanagliato dalla paura, e gira il capo sul cuscino nascondendo al nostro sguardo la parte destra del volto. Resta così qualche secondo e poi, in piano sequenza, senza stacchi, riporta il viso in posizione frontale lasciandoci intravvedere la lacrima che gli è appena uscita proprio dall’occhio destro. Ma poi è bravissimo nel fare del proprio corpo e del proprio sguardo lo strumento espressivo che comunica la semiotica della sofferenza (quando è nella stanza dell’ospedale, immerso nella luce azzurrognola, e incespica, cade, vomita, barcolla), o quella dell’imbarazzo (a Livorno, quando nasconde la sua vera identità di fronte la sorellastra), o quella della tenerezza (con il figlio maschio, o ancora con la sorella nel finale), o quella della paura (“io non voglio morire!”) o ancora della furia (quando alza la voce, e agita le mani a coppa, con le cinque dita tutte protese verso l’alto).

Di volta in volta ironico, rabbioso, spaventato, capace di infuriarsi col produttore (Ninni Bruschetta) che non fa partire il suo film o di chiedere ai figli di donargli il loro midollo osseo (anche qui: come si fa a chiedere il dono della vita a coloro a cui tu hai dato la vita?), Kim si dà al personaggio con una generosità assoluta e con una sensibilità quasi scorticata, molto simile a quella di cui aveva dato prova 25 anni fa in  un film come Senza pelle di Alessandro D’Alatri.

In tempi difficili come quelli che stiamo attraversando, un film come Cosa sarà – per due volte bloccato dal lockdown quando era in procinto di uscire in sala e ora disponibile sulle  principali piattaforme – è una boccata di ossigeno e un’iniezione di fiducia. Nella possibilità di sconfiggere ìl male, e nel futuro.