Sto pensando di finirla qui – La sceneggiatura di Charlie Kaufman

ARTICOLO DI Gianni Canova

Lui ha un nome, lei no. Lui si chiama Jake, lei Lucy o Lucia o Louisa o Amy o come diavolo viene chiamata nel corso del film. Lui e lei sono fidanzati. Forse. Perché lei sta pensando di farla finita. Però ha accettato di andare a conoscere i genitori di lui che abitano in una fattoria isolata.

Ora lui e lei stanno tornando in città e sono in auto nel mezzo di una tormenta di neve. I fiocchi gelati tempestano l’auto che corre nella notte. Nell’abitacolo c’è una luce livida, pesta, gelida. La cena è stata un incubo: una lunga lenta estenuante successione di momenti troppo vuoti e di attimi troppo pieni, un progressivo scivolare verso un incubo. Verso la follia (per i personaggi) e verso lo smarrimento (per gli spettatori). Perché a un certo punto i genitori di Jake sono andati in cucina per prendere il dolce e sono rientrati con addosso 20 anni di più. Il padre poi è riapparso tremolante e smemorato per l’Alzheimer incipiente nella cameretta di Jake da bambino, mentre la madre è riapparsa vecchissima sulla sedia a rotelle, salvo poi ricomparire giovane e aitante per intimare a Lucy o Lucia o Louisa di scendere nella cantina in cui Jake le aveva proibito di andare. Lucy o Lucia o Louisa si è sentita incerta. L’abbiamo vista scendere più e più volte la stessa rampa di scale, ripetendo ossessivamente a se stessa che sta pensando di finirla lì. Cosa? La storia d’amore con Jake? la cena? La vita? C’è qualcosa che non torna nell’ultimo, splendido, complesso ed enigmatico film di Charlie Kaufman (già sceneggiatore di Essere John Malkovich e Se mi lasci ti cancello, e regista di Synecdoche,New York e Anomalisa).

Perché le immagini della cena sono intervallate dalla visione di un anziano bidello in una scuola, che pulisce, mangia e guarda in tv un (falso) film di Robert Zemeckis? Perché nella casa dei genitori di Jake c’è la stessa carta da parati che abbiamo visto all’inzio mentre la voice over di Lucy o Lucia o Louisa ci diceva: “Sto pensando di finirla qui”? perché nella cameretta di Jake da bambino lei trova un libro di poesie (Rotten Perfect Mouth di Eva HD) aperta sulla pagina della stessa poesia (Ossa di cane) che lei aveva recitato nel viaggio in auto verso la fattoria dei genitori? Perchè nel viaggio di ritorno lei indossa un giaccone blu con cappuccio mentre in quello di andata aveva un cappotto color salmone e un basco rosso? Forse perché – come dice lei stessa nell’abitacolo dell’auto – “non ci sono colori nell’universo, i colori sono solo nel cervello”? La neve cade, la notte è fredda, i pensieri turbinano. E lei, chiusa nell’abitacolo, pensa. Noi sentiamo i suoi pensieri. “Alle persone – sussurra Lucy o Lucia o Louisa – piace pensare di essere come punti che si muovono attraverso il tempo. Ma io credo che probabilmente sia il contrario. Noi siamo fermi. E il tempo passa attraverso di noi, soffiando come il vento freddo, rubandoci il nostro calore, lasciandoci screpolati e congelati, morti”.

Jake guida, lei pensa. Parlano, tacciono. Lei, di nuovo, pensa. “Mi sento come se stanotte fossi stata quel vento che soffiava attraverso i genitori di Jake, vedendoli com’erano, come saranno, vedendoli dopo che saranno morti”. Ecco svelato il mistero: non è una narrazione lineare quella a cui stiamo assistendo. È un flusso di coscienza. Uno stream of consciousness.  Kaufman fa uno slalom temporale nelle varie fasi della vita dei suoi personaggi. Ma chi è il soggetto del pensiero? Chi ricorda e chi è ricordato?  Chi pensa e chi è pensato?

Non lo si può rivelare per non incorrere in uno spoiler gigantesco. Si può solo accennare al fatto che la chiave dell’enigma è nel personaggio del bidello, e che il mistero si svelerà solo nel finale. Ancora una volta Kaufman mescola le carte, rovescia le prospettive, illude e confonde. Punteggia la sceneggiatura di citazioni colte (da Pauline Kael a David Foster Wallace, da John Cassavetes a Guy Debord, passando per il romanzo distopico di Hanna Kavan Ghiaccio e per il dipinto Il mondo di Cristina di Andrew Wyeth) che a volte sembrano funzionare come il vento di cui diceva Lucy: soffiano attraverso i personaggi e ci aiutano a vederli non solo come sono ma anche come erano e come saranno.

Ubiquità del tempo. Deriva del prima e del dopo. Magmaticità cronologica. Sto pensando di finirla qui (disponibile su una piattaforma, e perfetto per una visione che può richiedere spesso di fermarsi, tornare indietro, rivedere…)  diventa in questo modo un film tutto mentale, un periplo nel cervello disturbato di un uomo e nella mente ossessiva di una donna assediata da pensieri “terminali”. I

n fondo, questo  è un film di fantasmi: perché l’amore è un fantasma, come il colore, come il tempo, come l’identità (che mestiere fa lei? è una gerontologa, una critica cinematografica, una fisica, una pittrice, una poetessa…?). Forse la vita stessa non è che un fantasma annidato nel cervello di chi si illude di vivere. Polvere, spettro, ombra. Grande film, davvero. Complesso, colto, sfidante. Capace di mescolare Bergman e Beckett, Resnais e Kubrick. Ma anche materiali più “bassi”: il finale, non a caso, scioglie la vicenda (o la riapre?) utilizzando un cartoon che pubblicizza in bianco e nero un gelato (ma la ragazza disegnata assomiglia a una ragazza in carne e ossa che avevamo visto nella notte mentre vendeva gelati), ma poi anche e soprattutto il cartoon di un maiale che perde sangue dal ventre divorato dai vermi e poi ancora il balletto dal musical Oklahoma!, le note della canzone Lovely Room e il monologo finale di A Beautiful Mind.  E mentre anche noi spettatori capiamo, o ci illudiamo di capire, torna alla mente la citazione di Oscar Wilde riecheggiata in precedenza: “La maggior parte delle persone sono altre persone.

I loro pensieri sono opinioni di qualcun altro, la loro vita un’imitazione, le loro passioni una citazione”. Forse, ciò che sembrava vero è stato soltanto sognato, sperato, immaginato. Forse, quel che abbiamo visto non è che uno dei film con cui il bidello ha riempito il suo tempo vuoto. Forse Sto pensando di finirla qui non è che il viaggio in una mente confusa che rimpiange quello che non è mai avvenuto mescolandolo con il ricordo della sofferenza per quello che invece è accaduto davvero. Forse anche noi spettatori non siamo che il sogno di un regista che immagina qualcuno intento a guardare l’inganno che sempre il cinema ci racconta. Il cinema e la vita.