I predatori – La sceneggiatura di Pietro Castellitto

ARTICOLO DI Gianni Canova

Roma e Ostia, borghesi e borgatari, padri e figli. Si regge su coppie antitetiche fortemente connotate il sorprendente esordio alla regia di Pietro Castellitto. Che manda in rotta di collisione mondi distanti e apparentemente incompatibili per leggere in chiave grottesca il nostro presente.

Al centro di tutto due famiglie romane dei giorni nostri: i Vismara e i Pavone. I primi vivono a Ostia, trafficano in armi e sono intimamente fascisti, i secondi sono borghesi colti e benestanti, vivono a Roma e sono sedicenti progressisti.

Con un espediente di sceneggiatura che è bene non rivelare le due famiglie si trovano coinvolte nella medesima vicenda. E Castellitto le disegna mescolando impagabilmente sarcasmo e humour nero, in un film che sa essere al contempo divertente e disperato.

La cosa più interessante sul piano della sceneggiatura – giustamente premiata all’ultima Mostra del Cinema di Venezia – è che lo spettatore si trova nell’impossibilità di distinguere chi sono nel film le prede e chi i predatori. Fra i Pavone e i Vismara non si capisce chi è meglio e chi peggio. Gli uni disprezzano gli altri senza quasi guardarli. Ma la stessa indistinguibilità caratterizza le diverse generazioni rappresentate: da un lato ci sono i genitori, inetti, egocentrici e narcisi; ma anche i figli sono indecisi, ignavi, goffi, incapaci di prendere in mano le redini della propria vita.

Castellitto racconta gli uni e gli altri con sguardo al contempo acido e divertito, mai complice, sempre graffiante, senza per questo essere cinico o cattivo. Se nelle scelte registiche – a cominciare dal piano sequenza iniziale che scivola da un personaggio all’altro sul lungomare di Ostia – il giovane autore osa immagini distorte e inquadrature sbilenche, come se cercasse il grottesco anche nella forma, sul piano della sceneggiatura trova un miracoloso equilibrio fra registri diversi, tanto da indurre una giovane critica – Fiaba Di Martino – a scrivere che le risate che suscita il tuo film assomigliano a “sghignazzi nervosi che rompono il silenzio di un funerale”.

Una comicità slapstick, quasi da comica del muto, convive e si mescola con tratti tipici della grande tradizione della commedia corale all’italiana ma anche con echi da commedia borghese transalpina. Il cocktail funziona, è nuovo e originale. E sfocia nella scena madre in cui la vera sorella di Pietro, Maria Castellitto (che nel film è la cugina del protagonista), intona un oltraggioso  rap (scritto da Pietro nello stile di Fabri Fibra) che è una vera e propria invettiva contro la famiglia. Anche se nascosta sotto la maschera del grottesco, finalmente un film italiano con un po’ di rabbia in corpo.