Guida romantica a posti perduti – La regia di Giorgia Farina

ARTICOLO DI Gianni Canova

Mai – che io ricordi – si sono visti in sala in Italia, contemporaneamente, tanti film diretti da donne: Miss Marx di Susanna Nichiarelli, Le sorelle Macaluso di Emma Dante, Burraco fatale di Giuliana Gamba, iSola di Elisa Fuksas e Guida romantica per posti perduti di Giorgia Farina. Buon segno. Non solo per una evidente questione di equità ma anche perché molti di questi film operano sui canoni del linguaggio e del racconto con uno sguardo davvero molto diverso da quello dominante.

Prendiamo Guida romantica per posti perduti: la regista (al suo terzo lungometraggio) prende i codici del road movie e li svuota da ogni preoccupazione di verosimiglianza, rendendo il genere un dispositivo “accogliente” e pronto a captare le minime sfumature emozionali degli attori e dei personaggi. Tutti strani, lunatici, eretici, imprendibili e imprevedibili. Vediamo i due protagonisti: lei – Jasmine Trinca – è Allegra, una blogger di viaggi che ha paura a uscire di casa e viaggia soltanto sulle mappe geografiche o sulle cartine mentali, lui – Clive Owen – è Benno, un anchorman della Tv inglese di stanza in Italia, bello e fascinoso, ma divorato da un’inguaribile passione per l’alcool.

È verosimile pensare che due personaggi così, che non si conoscono e si incontrano per caso, ciascuno con i propri demoni, entrambi con un legame sentimentale molto forte, entrambi bugiardi seriali, mollino tutto e partano insieme a bordo di una Volkswagen azzurra per andare alla ricerca di posti perduti? No, non è verosimile. Ma proprio per questo è fantastico. Giorgia Farina dà un bel calcio alle aspettative di quelli che cercano nel cinema la fotocopia smunta del loro quotidiano, prende lo spettatore per mano e lo invita a seguire con lei questo bizzarro road movie, intimo e malinconico che si rivelerà alla fine molto meno casuale e arbitrario di quanto potesse sembrare.

L’itinerario parte dalla Chiesa allagata di San Vittorino, appena fuori Roma, passa per il villaggio operaio di Crespi d’Adda in Lombardia, raggiunge il castello abbandonato di Chateau – Thierry in Francia, si sofferma in un misterioso parco acquatico dismesso e termina infine presso Stanford in Gran Bretagna, evacuata nel ‘42 per trasformarla in campo di addestramento militare: ogni luogo parla, le vestigia del passato imprimono il loro sigillo al presente dei due viaggiatori che li visitano. Tra una tappa e l’altra, rapidi soggiorni in albergo e notti etiliche di Benno, che ad ogni alba dimentica tutto quello che la notte precedente ha fatto e ha bevuto.

Giorgia Farina gira in sequenza, seguendo la cronologia del viaggio, per facilitare l’immedesimazione degli attori e per cogliere anche dalle loro micro-espressioni facciali le reazioni a quello che stanno vivendo. A poco a poco i due, che all’inizio erano l’uno il contrario dell’altra e sembravano dover essere antagonisti, cominciano ad aprirsi, a svelarsi, a fidarsi. Nulla di nuovo, si dirà: ogni storia on the road prevede un’osmosi fra i diversi (ricordate anche solo Il sorpasso di Risi…), e anche questo film lo fa.

Quel che invece è diverso, profondamente, è il tono della messinscena, così leggero e al tempo stesso trasognato, e poi soprattutto il finale: a mano a mano che il film gli si avvicina, ti rendi conto che l’apologo sulle anguille narrato da Benno non era affatto casuale, e che forse anche lui – senza volerlo, senza saperlo – sta andando incontro al proprio destino. Ma tutte le soluzioni che noi spettatori andiamo formulando, e che mettono alla prova la nostra capacità previsionale, saranno smentite: a ogni spettatore è data la possibilità di pensare al finale che preferisce, senza che una scelta ne escluda necessariamente un’altra. Ma l’epilogo – sulla scia delle note di Pretty Vacant dei Sex Pistols – resta aperto, il puzzle non si completa. Forse perché il cinema non è ancora, nonostante tutto, un posto perduto.