Undine – La regia di Christian Petzold

ARTICOLO DI Gianni Canova

Amori acquatici. Amori liquidi. Amori subacquei. Come in L’atalante di Jean Vigo. O in La forma dell’acqua di Guillermo Del Toro.

I protagonisti di Undine sembra vivano sulla terra solo in transito: in realtà tutto ciò che conta nella loro vita accade in acqua. Lei, con un nome che è quasi un destino, fa la guida al Markisches Museum di Berlino e illustra ai visitatori i plastici che raccontano lo sviluppo urbanistico e architettonico della città. Lui, Christoph, è invece un palombaro industriale e si immerge nelle acque che circondano la città per riparare le turbine che danno energia alla regione.

È l’acqua, non a caso, a suggellare il loro primo incontro: nel bar in cui si vedono per la prima volta urtano l’acquario e lo fanno andare a pezzi, finendo per terra bagnati fradici e in mezzo ad acuminate schegge di vetro. L’incipit è davvero profetico e prolettico: sarà un amore, il loro, che vivrà nell’acqua e di acqua, e provocherà distruzioni e collassi.

Amour fou. Follia d’amore. Evitando i cliché più abusati del mélo, il regista Christian Petzold costruisce una storia d’amore totale, miracolosamente in bilico fra realismo magico e sentimentalismo fantastico, senza paura di rompere i canoni del verosimile per intraprendere la strada del lirismo poetico.

Paula Beer – riccioli rossi e occhi blu – dà a Undine il fascino irresistibile di una sirena e vince in questo modo un meritato Orso d’argento al Festival di Berlino come miglior attrice, mentre Franz Rogowski – spigoloso e appassionato – fa di Christoph una sorta di Joaquin Phoenix tedesco.

Pieno di ellissi e di pause, con un adagio di Bach eseguito da Vikingur Olafsson come leitmotiv, Undine è un film di una bellezza palpitante e di una verità disarmante.  Petzold (di cui ricordiamo almeno il bellissimo La donna dello scrittore) lo costruisce come l’Humboldt Forum di cui parla Undine in una delle sue visite: un edificio contemporaneo con l’aspetto di un Palazzo Reale del 18°secolo. Anche il film funziona un po’ così: una facciata classica ma una sensibilità modernissima e vibrante.

Fra misteriose apparizioni di giganteschi pesci gatto, statuine di palombari che si rompono e si riaggiustano, treni che arrivano e treni che partono, macchie di vino sul muro che sembrano sangue, vertiginosi passaggi visivi dal plastico alla “realtà” (come nel labirinto kubrickiano di Shining), Christian Petzold rivista materiale folklorico tedesco, lo cala nella città più liquida d’Europa, fa collassare il mito dentro il quotidiano e orchestra in questo modo una storia d’amore e morte tanto vera e bella che lascia senza fiato.

Misterioso, enigmatico, fantasmatico, un altro titolo utile a far rinascere l’amore per il cinema.