Tenet – La sceneggiatura di Christopher Nolan

ARTICOLO DI Gianni Canova

C’è un errore che secondo me bisogna evitare di fronte a un film come Tenet: pretendere di vederlo come se fosse un racconto, cercando di ricostruirne il senso.

È un errore perché Tenet non ha la struttura narrativa di un romanzo quanto piuttosto quella semantica di un cruciverba, di un  enigma o di un videogioco. L’approccio che sollecita in noi è alchemico, ludico ed enigmistico più che logico-sintattico.

Il film – hanno detto e scritto tutti – ha un impianto palindromo fin dal titolo. Vero. Ma su questo piano si era già misurato qualche anno fa (e forse anche con più efficacia di Tenet) un film come Arrival di Denis Villeneuve. Lo ricordate? La storia della linguista interpretata da Amy Adams che cercava di decrittare il linguaggio degli alieni aveva una struttura narrativa a percorribilità bidirezionale per cui il racconto poteva essere “percorso” indifferentemente dall’inizio alla fine o a ritroso dalla fine all’inizio. Era un film, quello, che non sapevi mai dove iniziasse e dove finisse.

Nel caso di Tenet la questione è un po’ diversa: Nolan (autore anche del soggetto e della sceneggiatura) ci sfida. Ci propone un rebus. Azzera le regole di ingaggio che in genere un film propone al suo pubblico (empatia, identificazione, suspense, ecc ecc) per proporci di giocare a una sorta di sfida enigmistica diluita e nascosta in un luna park di sensazioni acustiche e visive.

La sfida – e anche questo ormai l’hanno notato tutti – affonda le sue radici nel cosiddetto “latercolo pompeiano”. Per chi ancora non lo sapesse, è un’iscrizione palindroma latina ritrovata per la prima volta a Pompei che funziona così:

Sator

Arepo

Tenet

Opera

Rotas

Lo si può leggere in tutte le direzioni, da sinistra a destra e dall’altro in basso, ma anche da destra  sinistra e dal basso verso l’alto. Lo si può tradurre come L’agricoltore (sator) tiene in movimento (tenet opera) le ruote o l’aratro (rotas). In senso figurato “sator” però può voler dire anche il Creatore, o il Padre. Non a caso. L’unica parola non attestata in latino è “arepo”. Qualcuno ipotizza possa essere un nome proprio. Ora: nel film di Nolan, Sator è il nome del “cattivo” interpretato da Kenneth Branagh, mentre Thomas Arepo è il falsario che fa realizzare il falso disegno di Goya.

Si può anche aggiungere che il film inizia con l’assalto al Teatro dell’Opera di Kiev (e “Ti piace l’Opera?” è la frase usata per creare un legame con Sator), mentre Rotas è il nome della società di Sator che sviluppa i tornelli in grado di innescare le inversioni temporali. Nolan gioca. Si diverte. Ci sfida e al tempo stesso sfida se stesso. Ci offre un rompicapo ma al contempo manda a gambe all’aria un bel po’ di certezze e di luoghi comuni sul tempo e sul racconto. Non è vero che l’intreccio è incomprensibile. In rete circolano già spiegazioni esaurienti e rigorose. Come accadde già più o meno un quarto di secolo fa con Pulp Fiction, ciò che a prima vista appare come inspiegabile in realtà può essere benissimo spiegato. Solo, serve un po’ di fatica. Un investimento di energia mentale e – guarda caso – di tempo.

Più che spettatori pigri e inerti, Nolan invoca spettatori enigmisti. Acrobati semiotici. Esperti videoludici. Troppa fatica? Troppa no, fatica sì. In un tempo in cui ci illudono che in rete tutto sia gratis e a portata di mano per tutti, senza fatica, senza impegno, facilefacilefacile, Nolan ci ricorda che il mondo e il senso (e il cinema!) non funzionano così, e che per capire (ma anche per godere) serve qualcosa di più che uno sguardo distratto e voglioso solo di stordirsi di sensazioni. Nolan ci dà anche questo: Tenet lo puoi vedere anche in questo modo, puoi stordirti per le mirabilia del visibile e dell’udibile. Ma sei fai così, alla fine, ti senti insoddisfatto e frustrato, e rischi di reagire scaricando sul film e su suoi presunti difetti la tua incapacità di capire e di godere. Come dire: Tenet ci ricorda che per accedere al godimento ci vuole il senso, non bastano le sensazioni.