High Life – La recitazione di Juliette Binoche

ARTICOLO DI Gianni Canova

Questo non è un film per tutti. Non è uno scacciapensieri estivo da consumare fra popcorn e cocacola. Questo è un film-sfida. E’ un oggetto ipnotico e misterico dedicato a spettatori disposti a passare un paio d’ore dalle parti di Interstellar, o di Arrival, magari mescolandoli con il ricordo di Stalker e di Solaris, là dove la fantascienza si contamina con la filosofia e con i misteri del tempo, del sesso e della vita. Fra le poche uscite estive di questa strana estate, High Life di Claire Denis (uscita prevista il 6 agosto) è davvero quella imprescindibile.

Fantascienza? Anche, ma non solo. Anche prison movie, apologo filosofico, investigazione etica, ricognizione scientifica. Un uomo (Robert Pattinson) e una bimba appena nata sono a bordo di una navicella che galleggia nel buio oscuro dello spazio. Lui è il padre, lei sua figlia. Gli altri membri dell’equipaggio sono tutti morti. Con una serie di flashback successivi Claire Denis ci racconta come. Meglio: ce lo fa intuire, ce lo lascia supporre. Perché non c’è nulla di chiaro o di scontato, a bordo della Navicella 7.

Non è un’odissea nello spazio, quella a cui assistiamo. Qui non si torna a casa. Non c’è nessun ritorno possibile. Qui si va avanti. A oltranza. Verso un buco nero che potrebbe fornire l’energia necessaria per salvare la Terra dall’incombente catastrofe. A bordo sono stati imbarcati galeotti e prigionieri con colpe indicibili alle spalle, disposti a vivere una sorta di ergastolo infinito nello spazio. Perché non c’è più il tempo, a bordo della navicella. Non c’è il nostro tempo. Il nostro modo di misurarlo, gestirlo, riempirlo. C’è il vuoto, e c’è l’oblio. Dalla terra continuano ad arrivare immagini che sono come virus, come parassiti. Perché ancorano i membri dell’equipaggio a una nozione di tempo e spazio che a loro è preclusa per sempre. Indietro non si torna, mai più.

E’ possibile generare vita nel vuoto cosmico? Fra radiazioni galattiche e campi magnetici?  A provarci è il personaggio di Dibs, interpretata da un’inedita e conturbante Juliette Binoche: un po’ Circe e un po’ Medea, con i suoi lungi capelli corvini, simile a una strega, Dibs sulla Terra ha ucciso i suoi figli e suo marito e ora –come per riabilitarsi agli occhi di se stessa? – cerca di fare di sé la vestale dei rituali riproduttivi dell’equipaggio: in un film pieno di rigagnoli di sperma, di sangue, di urina e di latte, è lei che si impossessa dello sperma dei maschi e cerca di inocularlo nelle femmine, inseguendo il sogno di riuscire a generare la vita nel vuoto.

Vestita di bianco, apparentemente fredda e distaccata, Dibs scatena la sua vera natura nella scena della fuckbox, una sorta di camera dei piaceri, o di Orgasmatron, in cui l’equipaggio va a sfogare i propri impulsi: lì, nel contrasto fra il nero dei lunghi capelli e il pallore della pelle, la “sciamana dello sperma” (così la chiamano a bordo) rivela come l’impulso sessuale  sia all’origine sia della vita sia della morte. Riuscirà nel suo intento procreativo, Dibs, ma solo coinvolgendo Monte (Robert Patinson), chiamato “il monaco”, l’unico fra i membri dell’equipaggio ad aver conquistato la libertà dal desiderio e ad essere approdato a una sorta di volontaria atarassia, a una calma ed appagata castità. Sarà lui il padre: e sua figlia Willow sarà come un Alien arrivato a bordo della navicella a portare vita invece che morte e terrore. Ma non sarà Dibs la madre. E il modo in cui il personaggio della Binoche esce di scena ha uno struggimento e una malinconia difficili da dimenticare.

Profondo, enigmatico, profetico, capace di insinuare lo sguardo dentro alcuni degli interrogativi irrisolti della nostra esistenza, lento fino quasi all’esasperazione ma poi irruento fino quasi alla convulsione, uno di quei film rari e preziosi che confermano come il cinema sappia essere a volte più grande della vita.