Seberg – Nel mirino – La recitazione di Kristen Stewart

ARTICOLO DI Gianni Canova

Un tailleurino giallo. Una minigonna rossa. Un abitino azzurro. La vestono così, Jean Seberg, per quasi tutto il film che racconta la sua tragica vita. Un’icona di stile, non c’è dubbio. Ma nel finale, nell’ultimo bellissimo piano sequenza che chiude il film sulle note di una canzone blues di Nina Simone, Jean Seberg indossa una camicia verde abete. Esattamente lo stesso verde che indossava nella prima sequenza, quando l’abbiamo vista sul set di Giovanna d’Arco, diretta da Otto Preminger, vittima di un incendio che ha rischiato di rubarle la vita e che le ha lasciato ustioni indelebili sul corpo e nell’anima.

Inizio e fine coincidono: ma dall’incendio che l’ha minacciata a inizio carriera Jean Seberg si è salvata, mentre alla fine si ritrova a dover constatare che la sua vita gliel’hanno bruciata irreparabilmente.

Va visto, questo biopic dedicato all’attrice che fu la musa della nouvelle vague, oltre che l’indimenticabile interprete di A bout de souffle di Jean Luc Godard. Va visto da tutti quelli che amano il cinema e non sanno quanto il mondo può essere spietato anche nei confronti di chi sullo schermo ci ha fatto sognare.

L’immagine di Jean che cammina sugli Champs-Élysées al fianco di Jean Paul Belmondo, capelli biondi corti corti e t-shirt a righe mentre vende l’Herald Tribune, è una di quelle immagini che hanno fatto la storia del cinema. Ma lei, americana del Midwest, cresciuta in una famiglia luterana di immigrati tedeschi e svedesi, non è stata solo questo: è stata anche una donna fragile e appassionata, che ha pagato di persona le scelte sempre coerenti e coraggiose della sua vita. Il film che le ha dedicato il regista australiano Benedict Andrews ricostruisce parte della sua vita, concentrandosi soprattutto sulla sua relazione con Hakim Jamal, cugino di Malcolm X, ed esponente di spicco del movimento delle Pantere Nere. Jean si era già schierata contro la guerra in Vietnam e per i diritti civili degli afroamericani, ma nel1968 la relazione con un leader radicale come Jamal attira l’attenzione del FBI che mette l’attrice sotto sorveglianza.

Da un certo momento in poi Jean viene pedinata, intercettata, fotografata e sorvegliata 24 ore su 24, e con lei anche tutte le persone con cui lei entra in contatto. Una forma violentissima di sorveglianza e di intrusione nella privacy di una donna che sfocia nella calunnia e nella diffamazione, rovina la carriera dell’attrice e devasta l’equilibrio psichico della donna.  Kristen Stewart è bravissima nel ricreare Jean sullo schermo: non solo perché la somiglianza fisica è impressionante, ma perché riesce a comunicare sia la sfrontatezza sia la fragilità di Jean, sia il suo narcisismo sia la sua sincera dedizione alla causa degli afro-americani.

La scena in cui di notte va a casa di Jamal, in un quartiere in cui i bianchi “si vedono solo in Tv o dietro un manganello”, esprime bene la sua impulsiva irruenza, mentre i dialoghi con il suo manager, che le propone ruoli che lei non si sente più di accettare, esprimono l’intelligenza della donna e la sensibilità dell’attrice.

La molleranno tutti, e a Hollywood non lavorerà più. Ma lei alla fine capirà chi davvero le ha bruciato la vita. La Stewart ce lo fa capire con il bellissimo piano sequenza finale: un primo piano su di lei di quasi due minuti, in cui passa dallo sconcerto al tremore, dall’incredulità alla paura, e sospira, e accende una sigaretta, e si tocca la fronte e alla fine impercettibilmente sorride. La troveranno morta di lì a poco, sul sedile posteriore di un’auto. Aveva appena compiuto 40 anni.