Gli infedeli – Il montaggio di Massimo Fiocchi

ARTICOLO DI Gianni Canova

Sono all’aeroporto. Stanno partendo per una vacanza alle Maldive. Ma lei (Euridice Axen) sospetta che lui (Massimiliano Gallo) la tradisca. Gli fa il quarto grado. Lo tempesta di domande. E il montaggio di Massimo Fiocchi conferisce alla scena ritmo e dinamismo. Primo piano, stacco. Totale, stacco. Dettaglio, stacco. Colpi secchi, tagli netti. Lui glissa, non risponde, cincischia. Appena a bordo si mette la mascherina nera sugli occhi e si appisola prima ancora del decollo. Lei è nervosa, sospettosa. Lo smartphone di lui è lì, sul bracciolo della poltrona. Vicinissimo al dito. Lui dorme. Lei avvicina lo smartphone al dito di lui. Il dispositivo riconosce l’impronta digitale del proprietario. Con cautela lei afferra il telefono e apre le applicazioni. Primo piano. Il volto di lei si paralizza, come pietrificato. Cos’ha visto? Cos’ha scoperto? Stacco. Dettaglio della bocca di lei che emette un urlo lancinante. Stacco. Inquadratura dal basso del ventre dell’aereo che decolla. Qui il montaggio non ha più solo una funzione ritmica, ce l’ha anche metaforica e concettuale: la scoperta inequivoca della verità scatena la furia del personaggio e fa decollare il film diretto da Stefano Mordini.

Che si ispira a un successo francese del 2012 per tracciare – con un’efficace struttura a episodi – una sorta di fenomenologia – al contempo sarcastica e amarognola – dell’infedeltà maschile. Ed è proprio la mano di Massimo Fiocchi (montatore di fiducia di Salvatores, ma anche di Faenza e di Francesca Comencini) che guida le danze: ora accelera, ora rallenta. Ora isola, ora collega. Ora indugia, ora scarta. Prendete l’episodio centrale, quello in cui uno strepitoso Valerio Mastandrea finto calvo caracolla fra casa sua e un sordido peep show dove dà sfogo di nascosto alle sue ossessioni sessuali: il montaggio è ondivago come il personaggio, sbanda e strascica, sembra titubante, salvo isolare con stacchi netti alcuni dettagli decisivi come il leitmotiv visivo del buco a forma simil-vulvare che il personaggio vede ovunque (in un osso buco, nella bocca di una statua, perfino nel ventre nero di una betoniera).

Quando la moglie scopre un buco nei boxer di lui, e trova il filo di cotone impigliato in un chiodo, il montaggio si fa velocissimo, con lei che taglia e cuce frenetica per preparare l’inquadratura finale dell’episodio, un primo piano sul volto di lui in bilico fra sorpresa delusione amarezza e stupidità. Da vedere, assolutamente. Come anche l’episodio in cui uno Scamarcio tontolone ciondola qua è là negli spazi di un hotel in cui si sta svolgendo una convention della sua azienda, alla ricerca di una femmina quale che sia – anche anziana, anche con un raffreddore devastante – pur di dimostrare a se stesso la propria irresistibile seduttività.

Il riferimento cinefilo va a I mostri di Dino Risi, o anche a I complessi di Risi, D’Amico e Rossi, in particolare all’episodio interpretato da Nino Manfredi. Perché la regia di Mordini è come sempre elegantemente nutrita di cultura cinematografica: dentro un film come Gli infedeli c’è – ben assimilata e rinnovata – la grande lezione della commedia italiana miscelata con sprazzi di sophisticated comedy americana.

Per non parlare del finale: quei tre protagonisti maschili che si ritrovano al ristorante e parlano di donne senza freni e senza censure non possono non far pensare ai Mariti di John Cassavetes. Ma anche qui è il montaggio di Fiocchi che li seziona, li anatomizza, li inchioda nella loro ossessiva monomania. E alla fine è un ultimo stacco di montaggio che rivela la “verità”: il maschio è congenitamente infedele perché è fedele solo a se stesso e ama sé e solo sé in ogni donna che conquista. Prima che infedeli, i maschi sono narcisi. Meglio: sono infedeli perché inguaribili narcisi.