È per il tuo bene – La regia di Rolando Ravello

ARTICOLO DI Gianni Canova

La sua sagoma appare in controluce all’ingresso della Chiesa. Dovrebbe avere al braccio sua figlia e accompagnarla all’altare, e invece l’avvocato Arturo (Marco Giallini) è solo. Visto da lontano, in campo lungo, sembra la brutta copia dell’alieno che esce dalla navicella spaziale in Incontri ravvicinati del terzo tipo di Steven Spielberg. Mentre il pianoforte comincia a inondare la Chiesa con le note della marcia nuziale, lui cammina a gambe larghe e avanza verso l’altare. Incespica. Barcolla. Non sembra saldo sulle gambe. Arrivato all’altezza dell’altare si ferma e si gira verso gli amici e i parenti raccolti in Chiesa.

Primo piano su di lui. Perplesso. Incredulo. Ammutolito. Di colpo abbassa le palpebre. Sembra che cali la ghigliottina. Schermo nero. Titoli.

Quello del matrimonio di sua figlia doveva essere uno dei tre giorni più belli della sua vita, aveva dichiarato guardando in macchina proprio all’inizio del film. E invece la figlia (Matilde Gioli), arrivata davanti alla Chiesa in abito da sposa, all’ultimo momento ha deciso di dare un calcio a menzogne, convenzioni e ipocrisie, di mollare tutto e tutti e di fuggire con la ragazza di origine africana di cui è segretamente innamorata.

Per il padre, tradizionalista e perbenista, è un colpo da k.o. Ma anche i suoi due cognati non se la passano meglio: Antonio (Vincenzo Salemme) è un poliziotto costretto a fare i conti con lo shock di un figlia che si è messa con un rapper biondo, radicale e assai sboccato, mentre Sergio (Giuseppe Battiston) è un operaio irascibile che va su tutte le furie quando apprende che la sua adorata figliola ha una relazione sentimentale con un fotografo che ha il doppio dei suoi anni e una fama da sciupafemmine alquanto malandrino.

Padri sull’orlo di una crisi di nervi: è questo il nucleo drammaturgico di È per il tuo bene, la commedia familiar-sentimental-generazionale che Rolando Ravello ha realizzato ispirandosi all’esilarante Es por tu bien dello spagnolo Carlos Theròn. I tre padri sono alle prese con un vero e proprio “romanzo di formazione”: devono imparare, a furia di errori e di tentativi quasi sempre mal riusciti, cosa significa davvero fare i padri.

Convinti che le figlie si siano infilate in relazioni sbagliate, e ancora più convinti di agire per il bene e la felicità delle ragazze, i tre sulle prime concertano strategie volte a “demonizzare” agli occhi di ogni figlia il rispettivo partner, poi arrivano a commettere crimini per addossare le colpe agli ignari fidanzati, ma anche qui mostrano tutta la loro inadeguatezza: un mix fra la Banda Bassotti e la combriccola di I soliti ignoti. Inetti. Inadatti. Inadeguati. Rolando Ravello alla regia li strapazza ben bene, facendo dei tre l’esito estremo di quella debolezza o latitanza della figura paterna che è una costante del nostro cinema, dai tempi di Rocco e i suoi fratelli e di La dolce vita fino a noi.

I tre più che ridicoli o incapaci sono goffi, cinici, autocentrati: per fortuna ci sono le mogli-madri (Isabella Ferrari, Valentina Lodovini e Claudia Pandolfi) che riescono a mantenere aperto un canale di comunicazione con le figlie e finanche a cacciare di casa i padri-mariti di fronte alla loro totale e neanche più mascherata inadeguatezza.

Corale, movimentato, a tratti anche un poco sociologicamente esagerato nell’abbozzare reazioni paterne sempre abbastanza sproporzionate rispetto alle “colpe” delle figlie, un film che sfrutta le peculiarità non solo fisiognomiche ma anche regionali dei tre protagonisti (un romano, un napoletano e un veneto), facendo interagire l’una sull’altra la flemma di Giallini, la pignoleria cocciuta di Salemme con la furia di un sorprendente Battiston, qui finalmente libero dalla maschera del bonaccione mite e dal cuore d’oro e alle prese invece con un personaggio  capace di prendere a calci il mondo pur di garantire la felicità dell’amatissima figlia. Ma a volte, si sa, il troppo amore genera mostri.