Doppia pelle – La regia di Quentin Dupieux

ARTICOLO DI Gianni Canova

Pelle di daino al 100%. Con le frange. Rigorosamente Made in Italy. Costo: 7500 euro. È questo il prezzo che il protagonista di Doppia pelle è disposto a pagare, in un paesino di montagna sui Pirenei francesi dove si è rifugiato dopo aver lasciato la moglie, per acquistare una giacca in stile Pecos Bill, conservata dall’anziano venditore in un baule come se fosse un prezioso reperto del passato. Perché voglia proprio quella giacca non si sa. Perché ami la pelle di daino neppure. Perché abbia infilato la sua precedente giacca di velluto verde a coste nel w.c. di un bagno pubblico è un altro mistero.

Quel che si sa (e si vede…) è che quella giacca diventa ben presto un’ossessione. Il protagonista parla con lei. La rimira. La contempla. La interroga. Da oggetto scopico e feticistico, la giacca diventa deuteragonista, o coprotagnista. A sera, appoggiata ordinatamente sullo schienale di una sedia, la giacca parla con l’uomo che ogni giorno la indossa. ”Il mio più grande sogno è di essere l’unica giacca al mondo”, dice lei. Ma è lui a darle la voce. Perché lei, la giacca, è una superfetazione della sua mente distorta. O della sua intelligenza surreale. “Vorrei che potessimo camminare per strada senza mai vedere altre giacche”, dice ancora lei. E lui provvede. Esaudisce il suo desiderio. Siccome va dicendo in giro di essere un regista che sta girando un film (anche se non ha la più pallida idea di cosa sia il montaggio…), inganna “comparse” prese dalla strada e le induce a spogliarsi la giacca e a depositarla nel baule della sua auto.

Così, a poco a poco, cerca di far sparire tutte le giacche possedute dagli abitanti del villaggio. Quasi una pulizia etnica sartoriale. E quando gli interpellati sono riottosi, e non sembrano poi così convinti di privarsi della loro giacca per consegnarla a uno sconosciuto, lui passa senza esitazioni alle maniere forti. Arriva perfino a trasformare la pala di un ventilatore in un machete per avere a disposizione uno strumento idoneo allo scenario splatter che ha in testa. Il fine – per lui – giustifica i mezzi: e nella sua mente malata ogni mezzo è lecito pur di restare l’unico al mondo a possedere una giacca.

È un artista bizzarro, il regista e sceneggiatore Quentin Dupieux (qui anche montatore e direttore della fotografia). Dj e musicista, noto nel mondo della musica con lo pseudonimo di Mr. Oizo (dal francese Oiseau, che vuol dire uccello), autore di molti videoclip in collaborazione con Michel Gondry, negli ultimi anni ha diretto film in bilico fra il demenziale e il non sense, sempre partendo da originalissime invenzioni di sceneggiatura: Rubber (2010), ad esempio, è la storia di uno pneumatico che prende vita e diventa un serial killer.  Doppia pelle si muove su un registro analogo, fra Marco Ferreri e Emmanuel Carrère, un po’ humour nero un po’ nonsense, senza rinunciare peraltro a qualche evidente graffiatina antropologica e sociale: Georges, il protagonista, si specchia in continuazione, si rimira con addosso la sua giacca, e diventa un emblema perfetto e patologico del narcisismo dilagante del mondo contemporaneo. Ma l’ossessione non è solo la giacca, è anche la pelle di daino.

Georges ruba al portiere d’albergo morto suicida un cappello di pelle di daino e si fa regalare dalla ragazzetta che ha ingaggiato come montatrice (oltre che come finanziatrice del suo improbabile film) anche un paio di pantaloni in pelle di daino.  Come se volesse diventare un daino egli stesso. È ossessionato dall’idea di avere una “doppia pelle”, come accade talora anche a noi – dice il regista –  quando ci troviamo ad essere ossessionati da una scarpa, da una camicia, da una marca. Il film condivide la sua ossessione.

Fateci caso: tutto a poco a poco diventa color pelle di daino. La gamma cromatica va dal cachi al beige, senza eccezioni. Tutto è desaturato e decolorato. Come se anche il film volesse assumere la forma e il colore dell’ossessione del protagonista. Perché Doppia pelle è, a suo modo, anche un metafilm: il racconto di un film da fare, con un regista ignaro di cosa sia il cinema e una montatrice che si diverte a rimontare i film celebri, salvo riconoscere che Pulp Fiction, rimontato in ordine cronologico, è “un vero schifo”. Jean Dujardin, barbuto e allucinato, dà al protagonista una sfumatura di attonita demenza, mentre Adèle Haenel (vista di recente in Ritratto della giovane in fiamme) è bravissima nel trasformare un personaggio che sembrava ingenuo e naive nel suo esatto opposto. Per palati fini.