L’ospite (The Little Stranger) – La scenografia di Simon Elliott

ARTICOLO DI Gianni Canova

Ricordate Room di Lenny Abrahamson? Narrava la storia di una giovane donna rinchiusa in una stanza con il suo bambino di cinque anni, figlio dell’uomo che l’aveva sequestrata e da anni ripetutamente abusava di lei. La stanza – luogo di reclusione e carcerazione, ma anche di interazione fra una donna e il bimbo che non poteva non amare – aveva in quel film un ruolo da assoluta protagonista. Una cosa analoga succede anche nel nuovo film del regista irlandese: L’ospite-The Little Stranger, infatti, ruota tutto attorno alla centralità di una grande villa nobiliare, Hundred Hall, immersa nel verde del Warwickshire, nell’Inghilterra rurale. La villa è in piena decadenza, come la famiglia che la abita: molte stanze sono chiuse, i muri sono scrostati, le muffe, la polvere e le ragnatele sono un po’ ovunque. La famiglia non è messa meglio: la padrona di casa, la signora Ayres (Charlotte Rampling) è rimasta vedova, e vive di ricordi (o di incubi?) insieme ai due figli, Roderick (che è tornato dalla Prima Guerra Mondiale sfigurato e zoppo) e Caroline (che è tornata a Hundred Hall per prendersi cura del fratello e che è a sua volta tormentata da strani e inquietanti presentimenti). Ma nella casa, forse, c’è anche qualcun altro. O qualcos’altro. Hundred Hall sembra una casa infestata. Da chi e da cosa non si sa. Un fantasma? Una minaccia? Una vendetta? Una maledizione? Lo scenografo e art director Simon Elliott è bravissimo nel costruire e arredare spazi sempre poco illuminati, immersi in una luce opaca e verdognola, pieni di coni d’ombra, dove ovunque potrebbe annidarsi qualcosa. Soprattutto è capace di trasmettere la sensazione che la casa sia un organismo vivo, con i suoi pavimenti di legno e le sue boiseries, i suoi velluti e i suoi specchi. E con quei campanelli che sulla parete della cucina seminterrata connettono tutte le stanze della dimora in un’unica “rete” (Drawing Room, Smoking Room, Dining Room, Green Bedroom, e così via).

A Hundred Hall noi entriamo attraverso gli occhi del dr. Faraday, un giovane medico chiamato nella tenuta per curare un malore dell’ultima cameriera rimasta. La madre del medico, anni prima, aveva lavorato nella villa e lui, da bambino, era entrato con la madre in quello che allora gli era sembrato un paradiso. Ora la casa è irriconoscibile e alcuni flashback che riesumano il ricordo della visita infantile consentono anche a noi spettatori di constatare il degrado. Ma la casa sembra avere una sua personalità. Sembra respirare. Sembra essere insofferente nei confronti dei quei proprietari che l’hanno condannata a tanta trascuratezza. Ma forse c’è qualcos’altro. Ci sono strani segni incisi sui muri e sul davanzale di una finestra. C’è il ricordo di una bimba scomparsa, la stessa che aveva oscurato l’immagine del futuro dr. Faraday, mettendosi in posa davanti a lui in una foto da bambini. C’è Roderick, il figlio zoppo e ustionato, che va ripetendo che la casa lo odia. C’è un’atmosfera da ghost story che a poco a poco ti avvolge in spirali di inquietudine, e ti interroga, ti ammalia, ti ipnotizza. È un film “lento”, L’ospite.  Non ha bisogno di effetti speciali, di trovate truculente, di soprassalti di paura. Mette in scena una casa che sembra vivere di vita propria, e che interagisce con i suoi abitanti. Se ci entri, non ne esci più. Ed è proprio la messinscena dell’agonia di una casa che si rifiuta di morire l’aspetto più interessante del film: siamo nel luglio 1919, la Grande Guerra è finita da poco, e il vecchio mondo sta davvero scomparendo. Hundred Hall forse è il luogo simbolico in cui quel mondo implode e si dissolve. Ma forse c’è anche dell’altro. Forse gli ultimi minuti del film, quando anche il grande lampadario del salone è caduto per terra, e le foglie morte stanno invadendo e corrodendo i pavimenti di legno, lasciano intendere un’altra possibile lettura. E suggeriscono che il film, oltre che una ghost story, può anche essere la storia di una vendetta. O la storia di un amore non ricambiato fra un personaggio e una casa.