Dopo il matrimonio – La sceneggiatura di Bart Freundlich

ARTICOLO DI Gianni Canova

Una delle operazioni più di moda a Hollywood negli ultimi tempi è il genderswap. Lo slittamento dell’identità di genere. Si prende un film di successo, quasi sempre interpretato da maschi, e lo si fa interpretare da donne. È successo con Ocean’s 8, o anche con l’ultimo Ghostbusters: fai fare alle donne gesti, azioni e strategie tradizionalmente maschili e avrai dato il tuo contributo alla parità di genere anche nella dimensione dell’immaginario.

Anche Dopo il matrimonio, scritto e diretto da Bart Freundlich, si muove apparentemente sulla stessa scia: prende un titolo importante del cinema d’autore europeo (Dopo il matrimonio, 2006), diretto da una regista sensibile e acclamata come la danese Susanne Bier, e cambia l’identità di genere dei personaggi principali. Là, nel film danese, erano due maschi a confrontarsi sul tema della paternità biologica o culturale, qui invece sono due donne, interpretate rispettivamente da Michelle Williams e da Julianne Moore. L’effetto però è l’opposto di quello dei film citati poc’anzi: lì si portavano donne a fare “cose” da uomini, qui – nel film di Bart Freundlich – si riconsegna alle donne ciò che la Bier aveva coraggiosamente e provocatoriamente affidato ai maschi.

Il che significa fare un’operazione tutto sommati regressiva, rimettere le mamme là dove Susanne Bier aveva messo i papà. Mi spiego meglio: nel film del 2006 era un uomo (Mads Mikkelsen) che tornava dall’India in Danimarca per negoziare e ottenere un cospicuo finanziamento per l’orfanotrofio che aveva messo in piedi in Asia, come un uomo era il manager che lo accoglieva e lo invitava ai festeggiamenti per il matrimonio della figlia.

Qui invece è una donna (Isabel, Michelle Williams) che torna a New York, ritrova gli hotel di lusso e i comfort dell’occidente, va al matrimonio della figlia della sua potenziale finanziatrice (Theresa, Julianne Moore) e scopre che il marito di lei è l’uomo di cui era stata innamorata e con cui aveva avuto una figlia che avevano deciso insieme di affidare a un orfanotrofio non sentendosi pronti ad affrontare le responsabilità genitoriali.

Non si può dire altro, se non che la storia vira sui canoni più collaudati del melò inanellando ben tre storie d’amore impossibili: quella di un padre con una figlia, quella di una figlia per due madri, e quella di una moglie per un marito. Più, forse, la storia d’amore impossibile di una donna incapace di amare e accettare se stessa perché afflitta dai rimorsi e dai sensi di colpa.

Per il resto la sceneggiatura di Bart Freundlich riprende molto fedelmente lo script originale di Susanne Bier e Anders Thomas Jensen: l’uso degli animali, dei trofei di caccia e dei cerbiatti nel film danese viene sostituito da inquadrature su insetti o sulla statua di un cerbiatto bagnata dalla pioggia, così come il tema ricorrente degli occhi nel film del 2006 viene sostituito dalla metafora insistita (e anche un po’scontata) del nido con le uova azzurre rotte.

Più interessante la caratterizzazione dei personaggi, di Isabel in particolare: sempre con le spalle avvolte in uno scialle, come a proteggersi, o a ripararsi dal mondo, si toglie le scarpe appena può, e cammina a piedi nudi sia negli interni che negli esterni newyorkesi, quasi a esprimere la sua avversione agli usi civili e alle costrizioni sociali.

Mentre Julianne Moore, diretta dal marito Bart Freundlich, è indiscutibilmente brava, fin dal suo ingresso in scena mentre guida l’auto cantando a squarciagola The Edge of Glory di Lady Gaga, qualche perplessità la suscita invece la recitazione di Michelle Williams: sempre imbronciata, attonita, come stupefatta e dolente. Non si capisce cioè se è lei che non riesce a dipingere sul suo volto altri sentimenti, o se fa bene quello che la sceneggiatura richiede al suo personaggio: essere il volto muto e impenetrabile di una donna divorata dal senso di colpa e incapace di reagire alla scoperta-shock che la vita le ha riservato.