Favolacce – La regia di Damiano e Fabio D’Innocenzo

ARTICOLO DI Gianni Canova

La reticenza. È questo il registro linguistico ed espressivo scelto dai fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo per questo loro lungometraggio (il secondo, dopo l’esordio con La terra dell’abbastanza), presentato con successo al Festival di Berlino dove ha ottenuto il premio per la miglior sceneggiatura. Reticenza non significa cautela e neanche riserbo. Al contrario, i due fratelli perseguono quasi sempre soluzioni espressive estreme. Spingono le loro “favolacce” al limite del sostenibile, dove la messinscena genera programmaticamente malessere e disagio. Reticenza, per loro, è piuttosto esitazione, ritrosia. Si può essere al tempo stesso estremi e reticenti? Si può.

Rispetto alla maggior parte dei film contemporanei, divorati dal bisogno compulsivo di dire tutto, di mostrare tutto, di divorare il visibile con lo sguardo e di denudarlo davanti agli occhi dello spettatore, i fratelli D’Innocenzo si fermano prima. Esitano. Non ci fanno vedere. Lasciano che siamo noi a immaginare ciò che potremmo vedere se fossimo nei panni dei personaggi.

Il loro film è pieno di primi e primissimi piani lunghissimi che ci fanno vedere l’orrore negli occhi dei personaggi senza che ci sia concesso di vedere quello che in loro sta suscitando l’orrore. Ma questa coazione a immaginare è ancora più terribile di quanto potrebbe essere un’ovvia e scontata coazione a guardare.

Favolacce è un film sul naufragio sociale ed esistenziale della piccola e media borghesia italiana: quella che si è conquistata la villetta a schiera e il giardinetto con il barbecue, quella che organizza le grigliate con i vicini, quella che ha i figli bravi a scuola, quella che quotidianamente recita il copione della rispettabilità e della normalità ad ogni costo, ma che si scopre divorata da un male di vivere, da un’insoddisfazione senza causa, da un rancore rognoso, da un’invidia sociale e da un horror vacui che finiscono per avere effetti incontrollabili e autodistruttivi.

Corale come un film di Altman, acido come un film di Todd Solondz, grottesco come certe cose dei Coen (Suburbicon, ad esempio…), Favolacce entra nelle villette piccolo-borghesi, nei tinelli e nelle cucine, nei salotti e nei giardinetti con staccionata, e scruta volti e sguardi, scortica la pelle, fruga nel non detto e lascia affiorare (ma solo affiorare…) il lato oscuro di una borghesia senza più alcun fascino, né discreto né indiscreto.

Dal padre che non lavora più (Elio Germano) anche se non si sa che lavoro fa e che distrugge a coltellate la piscina gonfiabile che aveva allestito in giardino per poi dare la colpa agli zingari o ai vicini gelosi, via via fino alla ragazzotta biondastra, incinta controvoglia, e goffamente maliziosa, i personaggi sono tutti scontenti, furenti, indolenti, e lo sono perfino nel linguaggio, in un film tutto sussurrato, biascicato, smozzicato, con le parole dei dialoghi che si attorcigliano su se stesse, e scompaiono senza quasi farsi capire, avvolte in una delle colonne sonore più belle e coraggiose e stordenti degli ultimi anni: i fratelli D’Innocenzo scelgono un album poco noto dell’avanguardia italiana anni ’70 (Città notte di Egisto Macchi) e usano quella musica tutta clangori, stridori, aritmie e ripetizioni ossessive di note per creare un adeguato corredo sonoro al malessere, al turbamento, alla frustrazione di vite senza speranza e di adolescenze senza futuro.

Inizio e fine – in questa favola nera piena di assenze – volutamente coincidono: il film – dice la voce fuoricampo di Max Tortora, personaggio non altrimenti presente nel racconto – “è ispirato a una storia vera. La storia vera è ispirata a una storia falsa. La storia falsa non è molto ispirata”. La “storia vera” – ambientata a Spinaceto, 15 km a sud di Roma – è quella di un infanticidio seguito da un duplice suicidio parentale. Ma questo non è che l’inizio (o la fine?).

Le favolacce stanno in mezzo. In transito. Sono lì. Fra la cronaca nera e il nero cronico di vite perdute. Entriamo in quel mondo e ci accorgiamo che stiamo precipitando nel vuoto. Vuoto di sentimenti, vuoto di relazioni, vuoto d’amore. Come tante formiche che si arrampicano su un muro, i personaggi ripetono sempre le stesse azioni senza neanche più chiedersi il perché. Finché nel loro campo visivo non irrompe un orrore che a noi non è dato di vedere.

Il lunghissimo piano sequenza sul primo piano atterrito del personaggio di Elio Germano, nel finale, davvero toglie il fiato.  La voce narrante lo dice apertamente: “è come se non tutto fosse effettivamente su carta”. Già: non tutto è effettivamente sullo schermo. Senti la “misteriosa reticenza” che frena il desiderio di vedere.

Vorresti vedere e capire “tutto quel resto che sembra emergere” ma che puoi solo intuire, supporre, ipotizzare. E mentre sei lì, divorato da un contagioso malessere, nella colonna sonora parte un’altra perla sublime, la seicentesca Passacaglia della vita, con la voce di Rosemary Standley che intona all’infinito “Bisogna morire, bisogna morire”, in uno dei film paradossalmente più vivi e vitali che il cinema italiano abbia prodotto negli ultimi anni.