Tornare – La sceneggiatura di Comencini, Calenda e Macchia

ARTICOLO DI Gianni Canova

Una e trina. Appare così la protagonista di Tornare di Cristina Comencini: trasferitasi in America tanti e tanti anni prima, Alice – 50enne malinconica, con un velo di mestizia negli occhi – rientra a Posillipo, nella villa di famiglia, per partecipare ai funerali del padre. E lì, a contatto con i luoghi della sua giovinezza, non può non fare i conti con il proprio passato e con i traumi rimossi che in esso si annidano. Ma parlare di “passato”, in una storia come questa, non è del tutto corretto.

Come dice la frase del fisico Carlo Rovelli citata in esergo, “Non c’è passato, non c’è presente, non c’è futuro. Il tempo è solo un modo per misurare il cambiamento”. E infatti la sceneggiatura – firmata dalla regista insieme a Giulia Calenda e Ilaria Macchia – fa coesistere le tre dimensioni del tempo e rende Alice spettatrice e confidente di altre due sé stessa che vivono e si aggirano nella villa: l’adolescente che negli anni Sessanta sniffava trielina e fuggiva di casa ogni sabato sera, avida di vita e di esperienze, e la bambina determinata e testarda che trasgrediva gli ordini paterni, correva col cane e faceva giochi dove non li doveva fare.

Di Alice, insomma, nel film ce ne sono tre, interpretate da tre attrici diverse. Come tre sono le dimensioni del tempo. Tre le sceneggiatrici. Tre le donne della famiglia di Alice (lei, la madre e la sorella). Tre le bambole a matrioska che un bimbo dispone su un tavolino proprio nella scena iniziale. La stessa villa di Posillipo, abbarbicata sugli scogli, ha una struttura a tre livelli: il pianoterra, il piano rialzato e i sotterranei. Ed è proprio la casa che a poco a poco assume un ruolo protagonistico: corpo di pietra che parla e respira, custodisce segreti, offre rivelazioni, fa riemergere ricordi brucianti e immagini dolorose.

Lì Alice cerca e ritrova sé stessa; nella stanza con la poltrona di velluto verde dove si scambia confidenze con la sé stessa di 30 anni prima, nella cameretta con il lettino singolo e due lampade ai lati dove rivive un’esperienza che aveva già vissuto, nei sotterranei di tufo che sembrano grotte labirintiche dove è facile perdersi. È lì, in quegli spazi del cuore e del dolore, della perdita e dello smarrimento, che Alice – sulle note di celebri musiche e canzoni d’epoca, da Honey di Bobby Goldsboro al sirtaki di Zorba il greco – riesce a far riemergere il rimosso e a fare i conti con quello che era e con quello che è.

Come già in La bestia del cuore, a sua volta interpretato da Giovanna Mezzogiorno, Cristina Comencini riesce a spazializzare l’inconscio e a trasformarlo in muri e cunicoli, corridoi e finestre, angoli bui e raggi di luce. Se Lacan diceva che l’inconscio è strutturato come un linguaggio, qui si potrebbe dire che l’inconscio è strutturato come un edificio. Come un’architettura. Tanto che il personaggio maschile più importante a un certo punto lo confessa: “L’ho sempre adorata, questa casa!” In realtà, adorava la fanciulla in fiore che in quella casa viveva, e che gli si negava.

Il corpo di pietra della villa prende il posto del corpo di carne della ragazza. E non è un caso allora se è proprio la casa – al contempo affascinante e inquietante, accogliente e respingente, luminosa e oscura – la cosa che più resta impressa nella memoria alla fine del film.