Dov’è la tua casa? – La regia di David e Alex Pastor

ARTICOLO DI Gianni Canova

Un tempo era un pubblicitario di successo.

Ideava e realizzava spot pieni di controluce e riprese al rallenty che raccontavano di famigliole felici in abitazioni da fiaba. Stile Mulino Bianco, per intenderci. I committenti erano soddisfatti, le agenzie altrettanto e lui guadagnava soldi a palate. Poi, un giorno, gli hanno detto che era vecchio, che costava troppo, che le sue idee in materia di advertising erano obsolete. E lui, Javier, si è ritrovato in mezzo alla strada. Costretto a lasciare il lussuoso appartamento con vista mozzafiato su Barcellona, a sentire il figlio obeso che lo rimprovera perché i compagni della scuola privata lo prendono in giro e ad accettare che la moglie trovi un impiego da commessa per sbarcare il lunario.

Così, compresso e represso, frustrato e furente, Javier comincia a progettare il suo riscatto. La sua vendetta. E lo fa con una freddezza e una crudeltà che tolgono il fiato. Per prima cosa, mentre alla moglie dice di essere in giro per colloqui di lavoro o per frequentare un corso di riqualificazione professionale, in realtà ogni giorno entra di nascosto nella sua casa precedente, negli orari in cui i nuovi inquilini sono assenti. Poi, a poco a poco, si intrufola nella vita di quella famiglia. E usa tutti i suoi trucchi da pubblicitario consumato per sedurre, per farsi accettare, per rendersi in qualche modo “necessario”. Senza esitare di fronte alle menzogne e ai gesti più ignobili e più infami. L’interpretazione di Javier Gutiérrez – piccolo, tonico, cranio rasato, occhi di ghiaccio, espressione impenetrabile – è decisiva nel costruire un personaggio che è davvero un mostro nel senso etimologico del termine: affascina e respinge al tempo stesso. Colpisce per l’intelligenza con cui architetta i suoi piani e al tempo stesso ripugna per la cinica amoralità con cui mette in atto le sue strategie. Ma se Dov’è la tua casa? inchioda alla sedia per 94 minuti è soprattutto per la regia dei fratelli catalani David e Alex Pastor, che qualcuno ricorderà come profetici autori di disaster movie su pandemie planetarie come Contagio letale e The Last Days. Qui sono perfetti nella scansione dei tempi, nei tagli delle inquadrature, nei movimenti di macchina.  Basta pensare a come, soprattutto nella prima parte, muovono in continuazione la macchina da presa, stringendo da dietro sulla nuca del protagonista, o scivolando negli spazi della casa o ancora accarezzando la fiancata dell’auto nel cui abitacolo Javier spia di notte, da lontano, le finestre illuminate dell’appartamento di lusso che ha dovuto abbandonare. Non sono movimenti sfacciatamente rocamboleschi come quelli di tanto cinema action. Sono piuttosto leggeri slittamenti, piccole pennellate che dinamizzano la scena dall’interno, in modo discreto ma implacabile. Così assistiamo a un thriller in cui un uomo ferito e umiliato trama, inganna, mente, tradisce, uccide e brucia pur di riconquistare lo status perduto. E lo fa dimostrando di seguire in fondo la stessa logica spietata del mondo che l’ha emarginato.

Al di là dell’intrattenimento, il film dei fratelli Pastor finisce per essere una metafora potente del mondo in cui viviamo. E per offrici suggestive chiavi di lettura anche riguardo alla personalità del protagonista. Fateci caso: in tutti gli appartamenti in cui va ad abitare c’è sempre un rubinetto che sgocciola. Segno, forse, di un’identità segnata da una perdita. Di un progressivo svuotamento. Dall’incapacità di funzionare come dovrebbe. Forse, oltre all’acqua, da quei rubinetti sgocciola la sua anima.