Week end col cinema: 25 aprile, ecco come lo ha raccontato il cinema italiano tra tanti titoli d’autore che ci ricordano questa pagina di Storia. Non solo Roma città aperta o La notte di San Lorenzo ma anche la grande commedia italiana, da Una vita difficile a C’eravamo tanto amati

ARTICOLO DI Laura Delli Colli

Sì, oggi parliamo di Storia. O meglio, del cinema che racconta una pagina della nostra storia perché proprio il 25 aprile 1945 è una pagina importante anche nel cinema italiano. Per un’intera generazione di registi e sceneggiatori lo spunto per raccontare con la Liberazione e la Resistenza, tra speranze e contraddizioni, un Paese che usciva dalla guerra e dall’occupazione, dalla miseria e dalla fame, verso la speranza degli anni che avrebbero portato alla ricostruzione dopo il tunnel.

In questi giorni chi ha vissuto in prima persona, o avuto racconti diretti di quei momenti, ha certo ripercorso molti ricordi ed è come sempre il cinema a parcarci di memoria collettiva. Visto che certamente lo farà anche in questo week end, con tante immagini e tanti racconti legati al senso di questa Festa, proviamo a ripercorrere i racconti e le storie che anche i maestri della commedia all’italiana hanno siglato nel cinema in ben 75 anni. Dal Neorealismo al passaggio tra gli anni difficili e la Resistenza, fino agli ‘anni facili’ -che sarebbero arrivati col boom anni Sessanta-, dopo la ricostruzione proviamo a ricordare simbolicamente (proprio nei titoli di quella stagione) com’è stata raccontata quell’Italia, spesso anche con le sue contraddizioni.

Non possiamo cominciare se non da Roberto Rossellini e da Roma città aperta, 1945, ma anche da Paisà, che un anno dopo siglava il secondo capitolo del suo racconto, una lezione di storia attraverso tante storie vissute in diverse regioni italiane. L’immagine di Pina, una straordinaria Anna Magnani uccisa dai nazisti sotto gli occhi del figlio, appena bambino, è diventata un’icona universale per il cinema italiano di sempre, in tutto il mondo. Fin dall’uscita, i personaggi di Aldo Fabrizi, Don Pietro, e di Giorgio, interpretato da Marcello Pagliero hanno incarnato le figure simbolo della Resistenza in un film che non è solo un monumento agli eroi di quella stagione.

È la Resistenza iconica protagonista in quei film, con lo sguardo sul realismo della guerra appena finita e sulla sofferenza appena vissuta. Oltre il sentimento militante di molti autentici capolavori della Storia del cinema con la capacità di affrontare anche i chiaroscuri del ‘dopo’ e soprattutto raccontarci come gli italiani si guardavano nello specchio della memoria ancora fresca.

E parliamo allora degli altri film iconici di quegli anni ricordando Paisà (1946) di Roberto Rossellini, seconda pellicola della trilogia della guerra dopo Roma città aperta, con gli episodi dell’avanzata delle truppe alleate dalla Sicilia al Nord Italia.

Del terzo film di Rossellini girato anni dopo, nel 1959, da un soggetto di Indro Montanelli: Il generale della Rovere protagonista uno straordinario Vittorio De Sica. Il suo generale sfrutta il clima di divisione dei tempi o è ancora animato di valori della Resistenza?

Nei film di quegli anni spesso c’è del resto una rilettura delle contraddizioni che, attraverso storie e personaggi meno eroici, surclassa le celebrazioni. Da Il Federale di Luciano Salce (1961) con un grande Ugo Tognazzi e ancora: Tutti a casa (1960) di Luigi Comencini o Tiro al piccione (1961) di Giuliano Montaldo, Le quattro giornate di Napoli (1962) di Nanni Loy la mitologia di quegli anni sembra lasciare spazio anche a una rilettura che passa per la commedia italiana, qualcosa che riemergerà prepotentemente a metà dei ’70 con  C’eravamo tanto amati di Ettore Scola.

Per tornare alla filologia del racconto, anche emozionale di quei giorni drammaticamente eroici, La notte di San Lorenzo di Paolo e Vittorio Taviani, finché nel 2009 sarà L’uomo che verrà di Giorgio Diritti a firmare –oltre la mitologia iconica e le riletture- un ritorno al senso della sofferenza quotidiana.

Se gli anni del Neorealismo hanno raccontato quasi una cronaca del loro tempo, il cinema ha mostrato la lotta partigiana anche con gli occhi dei non eroi o degli eroi per caso. Con l’icona di Anna Magnani in Roma città aperta resta l’immagine dello scugnizzo di Nanni Loy ne Le quattro giornate di Napoli. Fino agli anni che raccontano quanto forte sia stato il cambiamento verso un certo clima di opportunismo politico e nel costume per esempio attraverso il personaggio di Silvio Magnozzi: uno dei film più interessanti di Alberto Sordi. In Una vita difficile di Dino Risi (scritto da Rodolfo Sonego) viene raccontata la ‘conversione’ ai nuovi ideali di un ex partigiano e di un giornalista nel mondo degli affari facili (e dei primi soldi) che cambiavano la vita di un Paese.

La commedia, come abbiamo anticipato, riprende con Ettore Scola in C’eravamo tanto amati; nel cast Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Stefano Satta Flores, Stefania Sandrelli, Giovanna Ralli, sempre da rivedere. Trent’anni di Storia italiana nel racconto di tre amici che si conoscono in montagna facendo i partigiani e affrontano il dopoguerra. Anni nei quali l’infermiere rimane infermiere e il professore meridionale resta un povero cristo, deluso dall’impegni mentre, l’avvocato Gianni si adegua al sistema dei nuovi affari e diventa ricco e potente. Bisognerà aspettare lo sguardo di una nuova generazione che non ha vissuto quegli anni e i film, come I piccoli maestri di Daniele Luchetti o Il partigiano Johnny di Guido Chiesa, ispirati dai libri, per tornare alla filologia della Resistenza.

Non dimentichiamo il più lontano da ogni tentazione ideologica, Alberto Sordi che fotografa anche il cambiamento e gli anni più ‘leggeri’ in cui il cinema raccontava il senso di una Resistenza senza retorica in una forte critica della memoria già labile affidata al suo personaggio. In un episodio di Accadde al commissariato, quando nei panni di un nobile decaduto, proprio il suo personaggio si vanta inutilmente di aver fatto la Resistenza “sul fronte interno, naturalmente il più pericoloso” e dice: “Ho resistito alla fame e alla sete, al freddo e al caldo…Signor commissario, sono un eroe della resistenza!». Una fotografia di quel certo opportunismo che proprio la più caustica commedia italiana ha saputo fotografare al meglio con la sua ironia amara.

Ben lontana dalla rappresentazione militante di quegli anni del grande film d’autore che in questa giornata merita una sottolineatura importante e con il quale concludiamo: La notte di San Lorenzo di Paolo e Vittorio Taviani. In Toscana nell’estate del 1944 il film, scritto da Tonino Guerra, poeta e sceneggiatore di cui si celebra il centenario proprio quest’anno, racconta la fuga di un gruppo di cittadini, mentre fuggono dai tedeschi, andando incontro ai soldati americani in cerca della libertà.