Un figlio di nome Erasmus – La sceneggiatura di Alberto Ferrari e Gianluca Ansanelli

ARTICOLO DI Gianni Canova

“La felicità è la cosa meno fotogenica che esiste. Forse perché quando sei felice non hai il tempo di fermarti a guardarla”. La voce fuoricampo che pronuncia questa frase, proprio all’inizio di Un figlio di nome Erasmus, scivola su immagini dei quattro protagonisti ritratti quando avevano vent’anni ed erano insieme in Erasmus in Portogallo. Sono fotografie in bianco e nero. E il ricordo non può non andare, subito, a Marrakech Express (1989) di Gabriele Salvatores, dove quattro amici in viaggio verso il Marocco si fermavano a fare foto di gruppo ad Almeria in Spagna.

“Siamo l’ultima generazione che ha i ricordi in bianco e nero”, diceva il personaggio interpretato da Fabrizio Bentivoglio. Dieci anni dopo, nel 1999, i protagonisti di Un figlio di nome Erasmus i ricordi li hanno coloratissimi, ma quel bianco e nero iniziale non può che essere un omaggio al tempo stesso tenero e nostalgico al film che viene implicitamente riconosciuto come modello.

Qui, come nel film di Salvatores, quattro amici celebrano il rito dell’amicizia virile attraverso un road movie che mette a nudo i sentimenti e definisce le identità. La meta questa volta è il Portogallo: lì – come si diceva – i quattro erano stati in Erasmus durante l’Università, lì ritornano ora, avvisati della morte di una donna che tutti e quattro avevano amato e che ha avuto un figlio da uno di loro.

Di quale dei quattro, non si sa. I quattro compari volano allora alla volta di Lisbona e da lì, a bordo di uno scalcagnato pullmino color aragosta, intraprendono un viaggio nei paesaggi lusitani che con il pretesto di andare a chiarire il mistero della paternità incerta sarà per tutti soprattutto un percorso alla riscoperta di se stessi.

La sceneggiatura, scritta dal regista Alberto Ferrari con Gianluca Ansanelli, mette in campo con abilità tutti gli espedienti collaudati di quel filone della commedia italiana che si basa sulla cosiddetta sindrome di Peter Pan, cioè sulla volontà dei personaggi di rinviare sine die l’ingresso nella vita adulta e di restare il più possibile legati alla spensieratezza e alla felicità dei vent’anni.

Da Ovunque tu sarai (dove c’è perfino un pullmino di analogo colore arancione) a Immaturi-Il viaggio (che condivide con Un figlio di nome Erasmus i tre quarti del cast), si racconta di giovani maschi in viaggio, fra camaraderies e goliardie, rimpianti e tenerezze, fallimenti e spavalderie. Ed ecco allora l’uso insistito della voce off (“Questo sono io!”), gli ostacoli che rendono il viaggio impervio e pieno di imprevisti (l’arresto, l’incidente, la malattia…), gli incontri femminili, le battute (“Mortacci tua…. Vorrebbe dire: Santi numi!”), i momenti corali e quelli di solitudine, secondo un repertorio già noto e ben collaudato.

I quattro (un architetto, un agente musicale, una guida alpina per manager in cerca di ispirazione e un funzionario che “lavora per una multinazionale umanitaria con sede a Roma”, cioè un alto prelato) incontrano ognuno il proprio twist, il proprio punto di crisi e di svolta, tanto da rifiutare la maschera (e nel caso del prete anche l’abito) che avevano addosso e da aprirsi alla costruzione di una nuova identità. Se Marrakech Express – che poteva avvalersi, nel team di sceneggiatori, anche dello sguardo errante del compianto Carlo Mazzacurati – chiudeva nel disincanto e nella consapevolezza dolceamara che ai vent’anni non si torna più, in Un figlio di nome Erasmus il viaggio diventa davvero il superamento delle linea d’ombra, e riapre in modo nuovo la vita di tutti i personaggi. Anche di quello che dalla vita è costretto a congedarsi.

Prodotto da Eagle Pictures, è il primo film italiano che – non potendo uscire nelle sale chiuse per il protrarsi dell’emergenza sanitaria – viene distribuito direttamente on demand sulle varie piattaforme del web.