L’uomo invisibile – La regia di Leigh Whannell

La fuga inizia nel cuore della notte.

3.41 segna la sveglia.

La grande villa con le vetrate sull’oceano è immersa nel silenzio.

Fuori il mare è nero.

Lei (Elisabeth Moss, già protagonista di Il racconto dell’ancella)

scivola giù dal letto coniugale cercando di non produrre alcun rumore.

Ha il terrore dipinto sul volto.

Il marito dorme nel letto. Non si è accorto di nulla.

Sembra non essersi accorto di nulla.

Lei raggiunge le webcam disseminate nella casa.

Una la stacca, l’altra la gira e la punta su di lui.

Libera dagli occhi-gendarmi della telesorveglianza

il suo percorso di fuga.

E poi via. Corridoi, porte, cunicoli.

Uno spazio concentrazionario che sembra voler soffocare chi lo attraversa.

Ma lei corre. Corre fuori, corre all’aperto.

Sobbalzerete la prima volta sulla sedia dopo circa 6 minuti.

E non vi dico perché.

Dopo 8 minuti sobbalzerete ancora.

E non è che l’inizio di un film che procede per scosse e scariche improvvise,

unite l’una all’altra da una tensione, da una suspense che si tagliano con il coltello

Ennesima rivisitazione filmica del romanzo di H.G. Wells del 1897,

negli Stati Uniti L’uomo invisibile stava sbancando il box-office.

Probabilmente l’avrebbe fatto anche da noi se l’emergenza sanitaria

non avesse imposto l’inevitabile e doverosa chiusura delle sale.

Ma la Universal ha deciso di renderlo ugualmente disponibile on demand.

E il film, diretto da Leigh Whannell, si candida a essere in ogni caso

uno dei titoli-cult della stagione.

Perché?  Prima di tutto perché la protagonista Cecilia è un emblema dolente e furente

di come può vivere una donna minacciata e stalkerata dal compagno.

“Controllava tutto di me”, dice a un certo punto.

“Controllava il mio aspetto, cosa mi mettevo, cosa mangiavo,

quando uscivo di casa, cosa dicevo, cosa pensavo…”.

È per sfuggire a questo controllo soffocante che Cecilia ha deciso di andarsene.

Ma lui non lo accetta. Non tollera di essere rifiutato.

E allora inizia la caccia.

Feroce, spietata, crudele.

Tanto più terribile in quanto lui – ottico di fama mondiale –

ha inventato una tuta ipertecnologica formata da centinaia di micro-telecamere

che lo rendono invisibile ma gli consentono di vedere

e di tenere sotto controllo tutto lo spazio circostante.

Così lui la vede, lei no.

Lei – e basterebbe questo a fare del film un’opera epocale,

molto in sintonia con i tempi che stiamo vivendo –

deve combattere con una minaccia che non si vede.

Contro un nemico che sta là fuori,

aggressivo subdolo, spietato, ma che non è possibile

individuare con il solo organo della vista.

Così lei deve trovare altri modi per individuare il pericolo,

e per convincere della sua presenza tutti quelli che – non vedendolo –

credono che non esista e si comportano come se nulla fosse.

In questo senso, il film di Leigh Whannell, pur rispettando

con efficacia tutti i canoni del genere, diventa a suo modo

anche un film teorico (sul vedere e sullo sguardo)

e politico (su come si affronta una minaccia invisibile).

Il problema di Cecilia è riuscire a farsi credere da quelli che credono solo ai loro occhi.

Da quelli che non vogliono vedere la minaccia finché non li colpisce di persona.

In questo senso è davvero anche un film su di noi, su nostro presente.

Non a caso, nella scena finale sotto la pioggia,

con le luci acide arancioni che danno alla notte un colore sinistro,

Cecilia punta la pistola nella direzione in cui lei sa che c’è lui.

Ma così facendo si gira verso la macchina da presa.

Punta la pistola verso l’obiettivo. Ci guarda negli occhi. Guarda ognuno di noi.