Ultras – La recitazione di Aniello Arena

ARTICOLO DI Gianni Canova

Quando è in campo lui, sembra che le immagini trasmettano una verità e un’autenticità non comuni. Come se avesse un carisma. Come se il suo corpo, i suoi gesti, i suoi sguardi realizzassero quella fusione assoluta fra attore e personaggio che è, da sempre, il sogno impossibile e proibito di tanti registi e anche di tanti teorici del cinema e del teatro. Basta guardarlo nel dialogo che lo contrappone a Barabba, membro come lui delle frange più estremiste della tifoseria partenopea.

Questi – lunghe basette canute che scendono ben oltre il profilo del mento, bocca sdentata, ventre prominente, tatuaggi ovunque, una furia compressa che non si placa – lo chiama al suo ruolo di leader degli ultras napoletani. E lui, quasi disincantato, replica:  “Ci siamo fatti vecchi, Barra. Guardati. È ridicolo…”.

Lo dice in un modo, Aniello Arena, che sembra davvero che il suo personaggio – il Mohicano, leader in ritirata del clan degli Apache – stia cercando di liberarsi da un passato in cui non si riconosce più, ma che lo morde, non lo molla, e gli chiede di continuare a essere quello che è sempre stato.

Molti lo ricordano, Aniello Arena, nei panni del protagonista di Reality (2012) di Matteo Garrone, dove interpretava il pescivendolo napoletano che sogna di fare fortuna partecipando al Grande Fratello in Tv. Non tutti però conoscono la sua storia: già membro della camorra di Barra, alla periferia di Napoli, Arena è stato condannato all’ergastolo per aver partecipato nel gennaio del 1991 alla strage di piazza Crocelle nel suo quartiere.

Detenuto nel penitenziario di Volterra, ha iniziato a recitare nella compagnia teatrale del carcere diretta da Armando Punzo. Al cinema si è accostato da quando ha potuto usufruire del regime di semilibertà: così, dopo Reality, possiamo vedere il suo nome nel cast di film come Dogman e La paranza dei bambini.  Ma mai finora era stato così vero, così potente, così empatico come sa essere nel dar vita al personaggio del Mohicano.

Il titolo del film, diretto da Francesco Lettieri (autore di innumerevoli videoclip con milioni di visualizzazioni) e musicato da Liberato (anonimo rapper della scena napoletana, che ha sempre affidato a Lettieri la realizzazione dei suoi videoclip), non deve far pensare a una storia sul tifo calcistico: Ultras è piuttosto un piccolo grande saggio per immagini sull’antropologia dell’emarginazione e della solitudine, oltre che un saggio di sociologia del branco.

Gli Apache della tifoseria partenopea allo stadio non ci vanno mai, sono stati interdetti: sono piuttosto un branco di maschi di diverse età (ne fanno parte almeno tre generazioni: i 50enni, i 30enni e i 15enni) che si aizzano l’un l’altro, urlano in coro, e trovano un senso alle loro vite vuote e perdute cercando lo scontro con un nemico immaginario: di volta in volta la tifoseria avversaria, le forze dell’ordine, un presunto traditore. Mohicano, in questo clima, è il Capo che vorrebbe farsi da parte: ha un atteggiamento paterno e protettivo nei confronti del più giovane Angeletto, conosce una donna (Terry, interpretata da una cinica e dolcissima Antonia Truppo) che gli fa intravedere le delizie dell’amore, non si ritrova più nei cori con esibizioni muscolari e nell’esercizio della violenza. Ma il branco lo chiama a sé, lo rivendica, lo tiene legato ai suoi rituali.

Girato da Lettieri come una sorta di western contemporaneo, con le motociclette al posto dei cavalli e la periferia partenopea invece della prateria nord-americana, Ultras ti cattura e ti immerge nei suoi ritmi e nei suoi riti tribali, ti lascia a bocca aperta per le inconsapevoli disperazioni delle vite che mette in scena, per l’assuefazione alla violenza dei suoi personaggi, per l’incapacità di amare che li condanna a trovare solo nella logica del branco una qualche forma possibile di socialità.

Al centro del film, la sequenza in cui un vecchio cantante esegue la sua canzone neomelodica accompagnandosi con la chitarra, mentre le immagini scivolano sui volti dei personaggi colti ciascuno in un momento di intimità con se stesso, è uno di quei momenti in cui il cinema è più grande della vita.

L’inizio e la fine, poi, sono ambientati non a caso nello stesso luogo: un grande sagrato accanto a una chiesa dai muri scrostati, affacciata sul golfo di Napoli. Ma l’inizio, che segna l’ingresso in scena del protagonista, è un piano sequenza.

La fine, che celebra un’uscita di scena, è montata invece in modo rapido e convulso, quasi a significare che ciò che all’inizio si credeva unito e indissolubile ora si è rotto e spezzato per sempre. Il film doveva uscire in sala a metà marzo, ma per l’emergenza sanitaria è disponibile direttamente su una piattaforma del web.