Week end col cinema: Soldato blu e Piccolo grande uomo ma anche Il conformista di Bertolucci, Zabriskie Point di Antonioni, Indagine di Petri… Non possiamo andare in sala ma ricordiamoli, quei film che nel 1970 -proprio 50 anni fa- denunciavano razzismo e ingiustizie in America, mentre in Italia nascevano gli spaghetti western e il thriller di Dario Argento.

ARTICOLO DI Laura Delli Colli

Soldato blu, Piccolo grande uomo, ma anche Patton, Generale d’acciaio e M.A.S.H e – sempre da Hollywood- un successo come Love story mentre Michelangelo Antonioni, dal cuore dell’America, raccontava on the road un’altra coppia della stessa età, decisamente più cult come quella di Zabriskie Point.

Cinquant’anni fa, mezzo secolo esatto. Ma perché parliamo oggi di questi titoli? Perché come il 1960 con La dolce vita, Rocco e i suoi fratelli e La Ciociara è l’anno in cui il cinema italiano ha conquistato il mondo, proprio il ’70 segna inequivocabilmente la svolta che fa sentire forte la rivoluzione che ha portato quei film e quegli autori, sul set, subito dopo la svolta del Sessantotto. Cominciamo dalla guerra, poi dal western perché è da lì che tra generi del racconto cinematografico filtra di più la capacità di una lettura anche ‘politica’ della svolta nell’aria.  La guerra: M.A.S.H. con Donald Sutherland, Elliott Gould, Tom Skerritt e Sally Kellerman passa alla storia come evergreen per i terribili scherzi agli ufficiali nell’ospedale da campo che diventa – siamo negli anni del Vietnam- teatro di una feroce satira antimilitarista. In Patton Generale d’acciaio, diretto da Franklin J. Schaffner, la biopic ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale, ben sette Oscar® (anche di Francis Ford Coppola) il ritratto di un guerrafondaio intriso di valori fin troppo nazionalisti diventa invece un feroce atto d’accusa proprio contro la guerra. E accende il cinema di polemica perfino il palco degli Oscar®

Nel western la mutazione più clamorosa: i film diventano capaci di raccontare attraverso una lente nuova perfino i cowboy e gli indiani.  Molti over 60 che ci leggono sicuramente non dimenticano la gioia di aver festeggiato i 14 anni aspettando quel giorno per poter entrare al cinema trionfalmente a vedere film che avevano per l’epoca un sapore rivoluzionario e che i visti di censura frenavano per qualche scena particolarmente dura. C’erano i primi cineclub, le sale che le ragazze e i ragazzi più militanti frequentavano resistendo anche alla piccola tortura delle poltrone di legno e della mancanza di riscaldamento pur di vedere a poche lire film destinati a diventare cult. Bastava aspettare e magari la terza visione, nei circuiti normali, portava al cinema anche i più squattrinati. E proprio tra loro c’erano i nuovi fans del western del nuovo corso, quello di un revisionismo storico che lo rende più politicamente corretto, con una sterzata ideologica che nasce, certo, dalla voglia di raccontare un’America di conflitti, ma una nazione più sensibile all’integrazione razziale. Almeno per chi sentiva sulla pelle i fermenti nati nelle Università del ‘68 l’America più militante cerca di chiudere i conti col passato anche attraverso il cinema. In Un uomo chiamato cavallo Richard Harris è Sir John Morgan, catturato dai Sioux mentre va a caccia nel Montana agli inizi dell’800. Qui comandano gli indiani e il bianco viene trattato come una bestia prima di poter dimostrare di essere un buon guerriero, rinnegando la sua razza fino a poter sposare la figlia del capotribù. Soldato Blu e Piccolo grande uomo non sono da meno: Arthur Penn e Dustin Hoffman (reduce da Il laureato), in Piccolo grande uomo,  raccontano  la storia di un bianco allevato da un capo Cheyenne, che torna tra i suoi da grande; con Custer che vivrà  il massacro di decine di indiani innocenti fino a  sperare di uccidere il Generale a Little Big Horn.

Il cinema americano, insomma, sta dalla parte degli indiani dopo decenni di western vissuti contro gli indiani. E parla un linguaggio nuovoIn Soldato blu, il più esplicito e forte, da questo punto di vista, Candice Bergen è una donna bianca rapita dai Cheyennes che impara a comprendere la cultura e le ragioni degli indiani fino a cercare -inutilmente- di salvarli da un massacro annunciato. Ma sugli schermi del 1970 cambia anche il modo di raccontare l’amore e  gli sceneggiatori provano a raccontare soprattutto quello dei giovani: sullo sfondo di un’America improvvisamente risvegliata (anche se come la storia ci insegna non per sempre…) dai nuovi fermenti si piange, molto, per i nuovi Romeo e Giulietta – Ali MacGraw e Ryan O’Neal- divisi dalle appartenenze sociali delle loro famiglie, poi dalla malattia, in Love Story, storia di  Oliver, nato in una famiglia high class e Jenny, figlia di un pasticcere di Little Italy, che si sposano nonostante i no, ma dovranno fare i conti con la malattia inesorabile di lei.

Sono completamente diversi i ragazzi che Michelangelo Antonioni racconta proprio girando in America Zabriskie Point, storia d’amore tra due giovani studenti universitari, interpretati da Mark Frechette e Daria Halprin, durante le contestazioni studentesche. Un film clamorosamente moderno, reso immortale anche dalla musica dei Pink Floyd.

E con Michelangelo Antonioni entriamo nel panorama del cinema italiano di quell’anno: mentre nasce il momento d’oro degli spaghetti western Bernardo Bertolucci dirige Il conformista e Elio Petri Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto.

Con Jean-Louis Trintignant e Stefania Sandrelli, Bertolucci racconta attraverso lo sguardo gelido del suo protagonista nato dalle pagine di Moravia ascesa e caduta non solo psicologica di un uomo del potere. E anche nel film capolavoro di Petri (con la musica indimenticabile di Ennio Morricone e nel cast Gian Maria Volontè, e Florinda Bolkan) racconta la violenza del capo – omicida- della sezione omicidi denunciando i suoi abusi di potere.