Week end con il cinema: niente film in sala ma parlare di cinema tra ricordi e memorie può riempire il tempo e allontanare la paura. Lo facciamo anche noi e, tra le storie ‘di famiglia’ che possiamo raccontare a tanti appassionati, cominciamo dedicando questo spazio a Carlo Vanzina che proprio il 13 marzo avrebbe festeggiato il suo 69mo compleanno. Ecco l’altra faccia del regista che ha raccontato l’Italia della commedia popolare: un ottimista che non ha avuto “happy end” per il film della sua vita.

ARTICOLO DI Laura Delli Colli

Un inguaribile ottimista. Una persona che, per dirla con suo fratello Enrico l’altra metà della coppia per quasi mezzo secolo “ha sceneggiato la sua vita fino a farla diventare un film”. Ma il film della vita di Carlo Vanzina, a dispetto del sorriso e di tante risate regalate a milioni di spettatori e non sempre amate da tutti, non ha avuto l’happy end di tanti successi evergreen.

 

Perché ce ne ricordiamo oggi? Perché pensando di riempire il vuoto del cinema senza una sala aperta con qualche breve racconto dietro le quinte, il calendario ci ha segnalato la data del suo compleanno: 13 marzo, sotto il segno dei creativi e degli artisti per eccellenza, ovviamente quello dei Pesci. Una data in cui avrebbe compiuto 69 anni ma che a casa Vanzina è stato sempre difficile festeggiare, perché proprio un 13 marzo se n’era andato il grande Stefano Vanzina, in arte Steno, papà di Carlo e Enrico.

 

E com’era Carlo che tanto cinema italiano in quest’anno e mezzo continua a non dimenticare? A dispetto del suo cinema fatto di intrattenimento popolare, resta nella memoria di chi lo ha conosciuto come un uomo colto, preparato come pochi nella storia del cinema che ha amato fin da bambino. Come pensare che non fosse così, visto che fin da piccolissimi i bambini Vanzina frequentavano il set? Lo confermano l’apparizione di Carlo ‘da attore’ in un film di Totò, ma anche la storia familiare: cresciuto sui set di grandi registi e grandi amici di famiglia come Mario Monicelli e Vittorio De Sica, Carlo ha respirato la regia della più grande commedia all’italiana, e per anni non c’è stato un minuto in cui il cinema, condiviso con il fratello Enrico, non sia stato il sale della sua vita.

 

Amo il lieto fine”, diceva sempre, “forse perché nella vita non esiste quasi mai”. Ma da ottimista, anche per scelta, aveva deciso di regalare ottimismo perché, come in uno di quei film di Frank Capra che adorava, amava il cinema come una vera e propria famiglia allargata: come non ricordare quella foto in cui lui ed Enrico sono sulle ginocchia di Alberto Sordi sul set di ‘Un Americano a Roma’?

 

Pochi anni fa, festeggiando con Enrico il traguardo di 60 film e 40 anni di cinema, ne è nato un racconto pieno di ricordi e indiscrezioni, preziose e divertenti:  il ricordo di Totò, per esempio, del quale diceva “Era schivo, nobile, lo ricordo nella sua auto americana, nascosto però dietro le tendine per non farsi vedere e quasi irraggiungibile…”. Raccontava anche che proprio lui, così poco amato a volte dalla critica, da ragazzo quando studiava con Enrico allo Chateaubriand  e la madre pensava di vederlo diplomatico, voleva diventare critico: quale migliore professione, pensando di poter passare le giornata in sala, guardando film per lavoro?

 

Carlo, come dicevamo, nato quel 13 marzo, veniva alla luce 37 anni prima che morisse suo padre, nello stesso giorno: da lui aveva ereditato il senso stesso del cinema, che era un affare di famiglia e insieme una lezione di vita. La voglia di parlare attraverso un film ad un pubblico più grande, ma anche l’eleganza e l’ironia, il mestieraccio del set e l’attenzione nel non perdere mai di vista i libri, il cinema, i grandi autori di sempre.

 

Fin da ragazzino riempiva quaderni e quaderni di film: “Ero un vero malato di cinema. Vedevo tantissimi film – raccontava – poi scrivevo vere e proprie mini-critiche, mettendo le stellette che non si usavano ancora, elencando tutto il cast, dagli attori al direttore della fotografia, a tutti i tecnici”.

 

Poi il cinema diventa una professione: il suo incontro con il set nei primi anni ’70 come aiuto regista di Mario Monicelli in ‘Brancaleone alle crociate’, poi vicino al padre che girava ‘Anastasia mio fratello’ e con il grande Alberto Sordi in ‘Polvere di stelle’. Era il 1976, tre anni dopo con ‘Luna di miele in tre’, ovviamente scritto con Enrico e interpretato da Renato Pozzetto, il  suo esordio alla regia, ma non ha mai dimenticato quello che aveva sentito raccontare e visto fin da ragazzo.

 

Gli chiedevano cosa significa fare cinema? E rispondeva citando Steno: “Papà ci diceva che girare un film non è fare un’operazione a cuore aperto ma solo fare cinema”. Carlo Vanzina era un uomo più che timido molto riservato, quasi a dimostrare che non è detto che chi sa far ridere il pubblico debba essere innanzitutto un estroverso. Ma oltre ai suoi successi più popolari e lontani dal cinema d’autore, non dimentichiamolo regista di film più vicini al mondo dei padri, i padri della grande commedia all’italiana: uno per tutti, se riuscite a rivederlo, resta ‘Tre colonne in cronaca’, dove aveva diretto Gian Maria Volonté. E se vi capita rivedete anche ‘Il pranzo della domenica’ che ha raccontato come cambiava il costume di una famiglia italiana, mettendo a fuoco una realtà specchio di quella di tante vere famiglie, tra affetti e difetti…

 

Carlo Vanzina ci ha regalato allegria e umorismo, raccontati attraverso uno sguardo affettuoso che ci aiuta a capire il nostro Paese. Certo, resta anche nella memoria del cinema come il regista che ha dato il via al ‘cinepanettone’ ormai pensionato. Vero o falso? Lui diceva “è un’etichetta che mi dà un po’ fastidio, i nostri film, anche a Natale, sono stati soprattutto racconti di costume”.

 

Fotografare l’Italia, del resto, è stata la cifra del suo cinema, qualcosa che resta come il racconto di un diario. “Avrei voluto tanto scriverne uno, ma la giornata è così corta che non ho mai tempo”, ha detto in una delle sue ultime interviste. In fondo aveva proprio ragione.