Buñuel–Nel labirinto delle tartarughe – La regia di Salvador Simó

ARTICOLO DI Gianni Canova

Progettare un documentario che racconta la difficile realizzazione di un altro documentario e farlo scegliendo di utilizzare il linguaggio più lontano dal realismo documentaristico, cioè il linguaggio del cinema d’animazione. Basterebbe questa scelta eretica e coraggiosa a fare di Buñuel – Nel labirinto delle tartarughe una sorta di Ufo nel panorama del cinema attuale: un film che è al contempo una lezione di storia del cinema, una riflessione sul senso dell’arte, una sorprendente esplorazione antropologica e un’inebriante esperienza estetica.

Buñuel – Nel labirinto delle tartarughe ha vinto non a caso i Goya 2020 (gli Oscar spagnoli) e gli Efa 2019 (gli Oscar europei) come miglior film d’animazione. Diretto da Salvador Simó sulla base dell’omonima graphic novel di Fermìn Solìs, il film racconta una delle fasi più difficili della vita di Luis Buñuel, il geniale cineasta spagnolo considerato dalle storie del cinema come l’esponente di punta di una visione anarchica e surrealista dell’arte e della vita.

I suoi due primi film, Un chien andalou e soprattutto L’age d’or, hanno generato scandalo nell’Europa perbenista di fine anni ’20-inizi anni ‘30, la borghesia li ha rifiutati e c’è perfino chi ha chiesto al Papa di scomunicare l’artista oltraggioso. Buñuel non sa cosa fare, teme di essere stato usato da Dalì (da cui prende le distanze), non trova finanziatori per nuovi progetti e allora sceglie di sperimentare un’altra strada: con Las Hurdes (Terra senza pane) vuole documentare le condizioni di vita della popolazione di Las Hurdes, una piccola regione settentrionale spagnola ai confini con il Portogallo (“il luogo più triste e dimenticato del mondo”) i cui abitanti versano in condizioni di povertà assoluta, devastati dalla fame, dalla sporcizia, dalle malattie, isolati dal mondo, in case basse scavate nella pietra con i tetti che sembrano gusci di tartarughe (da cui il titolo del film). A finanziare l’operazione produttiva è lo scultore anarchico Ramon Acin, che vince inaspettatamente 150.000 pesetas alla Lotteria di Natale 1932 e pur avendo una moglie e due figlie da mantenere decide di investire quel denaro nella produzione del film dell’amico Buñuel. Nei paesaggi impervi di Las Hurdes la piccola troupe scopre così una comunità primitiva, ancora legata a rituali per certi versi barbarici (il rito di passaggio per diventare grandi consiste ad esempio nello stappare la testa dal collo a un gallo vivo legato a testa in giù) e afflitta da nanismo, malnutrizione, idiozia.

L’idea vincente del regista sta nella scelta di usare l‘animazione per raccontare come Buñuel e la sua troupe sono arrivati a girare certe immagini e poi usare le vere inquadrature in bianco e nero del film di Buñuel per mostrarci cosa la troupe ha filmato davvero (le capre che cadono dalle rocce su cui si sono arrampicate, l’asino divorato dalle api, le povere case maleodoranti in cui si vive nella promiscuità assoluta di umani e animali). Al tempo stesso la regia di Salvador Simó mette a fuoco la complessa personalità di Buñuel: il rapporto con l’ingombrante figura paterna, severa e anaffettiva; la formazione religiosa poi rinnegata e dissacrata anche con provocatori travestimenti (compreso quello in abiti da suora); gli incubi che lo tormentano in continuazione (le baguette di una boulangerie che si afflosciano come gli orologi in un quadro di Dalì, gli insetti che irrompono nei suoi sogni e lo terrorizzano…).

“La morte si nasconde in ogni angolo – dice a un certo punto Buñuel – e non esce se non la obblighiamo”: così, pur di catturare anche quella parte di realtà che non si vede a prima vista (compresa la presenza ubiqua della morte), Buñuel arriva a forzare il reale, a provocarlo, magari distruggendo con un colpo di pistola l’alveare da cui escono le api che poi divoreranno l’asino che portava l’alveare sulla schiena. È il surrealismo portato all’estremo, è lo svelamento della faccia nascosta del reale. Il disegno stilizzato, con una prevalenza di colori pastello, ha una densità poetica commovente e la storia sa avvincere e catturare l’attenzione come neanche un film noir. Quasi d’obbligo, alla fine della visione, andare a rivedere anche lo immagini-shock di Las Hurdes: dura più o meno mezz’ora e in rete lo si trova facilmente in versione integrale.