Doppio sospetto – La regia di Olivier Masset-Depasse

ARTICOLO DI Gianni Canova

Una è bionda, l’altra è bruna. Hanno entrambe un figlio maschio più o meno della stessa età. E vivono in due villette “siamesi”: aderenti l’una all’altra, sembrano simmetriche e speculari, come le vite di coloro che le abitano. Vite borghesi, vite ordinate, vite serene. Fra tailleurini e sorrisini, Alice (Veerle Baetens) e Céline (Anne Coesens) sembrano due mogli e madri soddisfatte delle loro vite. E sembrano amiche.

Sembrano. Perché nel mondo messo in scena dal regista Olivier Masset-Depasse bisogna sempre diffidare delle apparenze. Di ciò che sembra. Ce lo dice con cristallina evidenza la scena iniziale. Alice, la bionda, entra di nascosto in casa della bruna. È circospetta, chiude le tende che danno sul giardino, sembra stia per fare qualcosa di sconveniente. Invece – lo scopriamo nella sequenza successiva – stava solo preparando una sorpresa per la festa di compleanno che ha organizzato per l’amica vicina di casa. Diffidare delle prime impressioni.

Per quasi 100 minuti Doppio sospetto gioca a rimpiattino con le nostre prime impressioni. Ci fa credere e poi smentisce. Ci convince che, e poi ci mostra che la nostra convinzione era sbagliata. Tattica dell’illusione, strategia del sospetto. Doppio sospetto, come dice il titolo. Perché a un certo punto l’idillio si infrange: il figlio di una delle due, la bruna, si arrampica sul cornicione della finestra e cade nel vuoto. La bionda, in giardino, l’ha visto, ma non è stata tempestiva nell’accorrere. E il bimbo muore. Catastrofe. Il tempo e lo spazio vanno in frantumi: la narrazione schizza avanti e indietro nel tempo come una pallina di mercurio impazzita, e lo spazio perde le proprie coordinate geometriche, le inquadrature si inclinano, pencolano, oscillano.

Il sospetto nasce da qui. La bruna sospetta che la bionda abbia volutamente ritardato il soccorso per lasciar morire il suo bambino, mentre la bionda sospetta che la bruna voglia imprigionarla per sempre nel cappio del senso di colpa. Da quel momento nulla è più come prima, anche se tutto sembra proseguire come sempre, fra sorrisi, gentilezze, inviti a cena e cortesie. Nelle due villette, in realtà, irrompe il fantasma di Hitchcock a braccetto con quello di Douglas Sirk. E il film diventa una macchina narrativa che produce sospetti a getto continuo. Sono due “femmine folli” – per riprendere il titolo di un bellissimo film di John Stahl – le protagoniste di Doppio sospetto. E come nel film di Stahl la follia è legata alla maternità: le due scatenano una guerra senza esclusione di colpi, follemente distruttiva, per rivendicare il proprio diritto alla maternità. Il proprio desiderio di essere madri.

Non è il caso di spoilerare qui l’esito estremo e imprevedibile a cui porta la cultura del sospetto. Basta aggiungere che alcune scene (il figlio della bionda che vuole sottrarre l’orsetto dalla bara dell’amichetto morto dicendo che quell’orsetto è suo, la morte “accidentale” della nonna nel campo di grano…) si incidono nella mente come un sigillo infuocato. E fanno di Doppio sospetto uno dei noir più riusciti ed inquietanti delle ultime stagioni. Un plauso al coraggio della distribuzione (Teodora) che sceglie di fare uscire il film nelle sale ancora aperte anche (e soprattutto!) in questi momenti di inquietudine, incertezza e sospetto generalizzato.