Gli anni più belli – La regia di Gabriele Muccino

ARTICOLO DI Gianni Canova

Dicono che ha uno stile esagitato. E che non sempre sa trovare l’equilibrio tra frenesia e nostalgia. Probabilmente è vero. Ma non è necessariamente un difetto. Perché ciò che rende vivi e vitali quasi tutti i film di Gabriele Muccino è l’energia divorante che li attraversa, la fame di vita e di racconto, l’esuberanza stilistica, l’effervescenza ritmica. A volte va un po’ sopra le righe? Forse sì, ma è un esondare palpitante, lontanissimo dal minimalismo anaffettivo di tanti altri registi italiani. Muccino i suoi personaggi li ama. Li ama a tal punto da non riuscire, a volte, a metterli a fuoco alla perfezione, ma è proprio questa imperfezione innamorata che li rende credibili e vitali.

Tra tutti i suoi film, Gli anni più belli è probabilmente il più ambizioso: perché racconta quarant’anni di vita, dagli anni ’80 a oggi, non solo dei suoi quattro protagonisti ma – almeno nelle intenzioni – anche del nostro paese. Il modello dichiarato è il capolavoro di Ettore Scola C’eravamo tanto amati, da cui Muccino riprende il sistema dei personaggi (tre maschi e una donna) e la struttura narrativa che incessantemente pone in sovrimpressione le storie private dei protagonisti con la grande Storia del paese e del mondo (la caduta del muro di Berlino, Tangentopoli, la discesa in campo di Berlusconi, le Torri Gemelle, via via fino alla nascita dei movimenti populisti, a cui uno dei personaggi – il più frustrato – aderisce con convinzione). La differenza, rispetto a Scola, è che l’Italia della ricostruzione post-bellica, piena di sogni post-resistenziali, lascia il posto all’Italia finto-edonista degli anni Ottanta e poi a quella disorientata e smarrita dei decenni successivi. Lo schema però è analogo: come eravamo e cosa siamo diventati, fra amori, tradimenti, sogni infranti e illusioni perdute. La regia di Muccino, oltre che per l’innegabile maestria e maturità nella direzione degli attori, si fa notare per alcune scelte peculiari (la decisione di far sì che i personaggi stessi, a staffetta, raccontino e commentino la storia, rivolgendosi direttamente allo spettatore e guardandolo negli occhi attraverso periodici e ripetuti camera look) e per la forza con cui costruisce e risolve alcune delle scene-madri del film. Ad esempio: la scena in  cui Giulio (Pierfrancesco Favino) confessa a Paolo (Kim Rossi Stuart) il tradimento per cui lui e Gemma (Micaela Ramazzotti) si sono messi insieme è girata con un unico piano sequenza di oltre 5 minuti in cui la macchina da presa circonda i personaggi, li avvolge, si sposta per accogliere l’ingresso in campo di Gemma, che dal basso sale sullo scalone e raggiunge i due amici ora rivali e cerca invano di ricucire una situazione fatta di strappi e fratture: il movimento continuo e senza stacchi della macchina da presa lega ciò che il racconto divide, costruendo una relazione ossimorica fra racconto e linguaggio che è di indubbia suggestione. Ancora più interessante la scena che inizia a teatro, dove Paolo è andato a vedere la Tosca di Puccini: sulle note di E lucean le stelle lo sguardo di Paolo si alza a seguire il volo di un uccello verso la volta del teatro dove attraverso un’analogia mnemonica l’uccello diventa il canarino giallo che era stato determinante nella storia d’amore adolescenziale fra Paolo e Gemma. E Gemma allora irrompe in scena e sale di corsa le scale con un montaggio che brucia nella salita le varie fasi della sua vita – Gemma adolescente, Gemma giovane ragazza, Gemma donna matura – in un percorso di sintesi di potente forza espressiva che chiude a cerchio e torna al teatro da dove il movimento era partito. La circolarità del resto domina anche la macrostruttura del film: che inizia e finisce la notte di Capodanno del 2018, a suggerire che le storie tornano sempre là dove erano partite. Lo stesso vale anche per le vite: i protagonisti si ritrovano alla fine esattamente come erano da ragazzi, uniti a inseguire “le cose che fanno stare bene”. Tutto si ripete, tutto ritorna, tutto riparte. E qui, in questo ottimismo, sta forse la maggiore differenza rispetto al film di Ettore Scola a cui Gabriele Muccino si è dichiaratamente ispirato.