Parasite – La sceneggiatura di Bong Joon-ho e Han Ji-won

ARTICOLO DI Gianni Canova

“Una tragedia senza cattivi e una commedia senza clown”, così il regista e sceneggiatore Bong Joon-ho ha definito il suo Parasite, trionfatore epocale alla notte degli Oscar del 2020. Al di là delle tante analisi del film, fatte e sentite negli ultimi giorni, credo che la chiave più illuminante sia proprio quella suggerita dal regista/sceneggiatore. Parasite è un esempio straordinario di sceneggiatura contemporanea: prende due forme-archetipe (la tragedia e la commedia), le svuota dei loro protagonisti identitari (il cattivo e il buffone) e usa le strutture narrative così “depurate” mescolandole e sovrapponendole, in un originalissimo mix per cui i personaggi – tutti – sono al tempo stesso comici e tragici, buffoni ed eroi. I ruoli non sono attribuiti una volta per tutte, ma circolano e passano di mano: per cui tutti i personaggi, almeno per un momento, sono cattivi e tutti sono – analogamente e forse anche inavvertitamente – comici. Rompendo le regole auree della sceneggiatura hollywoodiana, Bong Joon-ho racconta un mondo in cui la ferocia non va cercata in questo o quel personaggio da assumere come capro espiatorio o come parafulmine su cui scaricare il Male. No: il Male è nel sistema, forse è nella vita. Scrivere un film intriso di un simile pessimismo antropologico e riuscire non solo ad aggirare il potenziale rifiuto del grande pubblico, ma incatenandolo alla poltrona è uno dei grandi meriti di Parasite. Bong Jonn-ho inventa un mondo. Lo progetta nei minimi dettagli ma lo svela solo a poco a poco, giocando su uno scarto cognitivo che almeno fino a 2/3 della storia è a tutto svantaggio dello spettatore (noi siamo all’oscuro di molte cose, a cominciare dalla presenza dell’intruso nella villa): non sappiamo cosa sanno i personaggi gli uni degli altri, ipotizziamo, spesso sbagliamo, perché la sceneggiatura è piena di svolte, deviazioni, sorprese, rovesciamenti, twist, trappole, trabocchetti. E tuttavia non un solo dettaglio è gratuito, non un solo odore superfluo, non un solo gesto fine a se stesso: tutto torna alla fine. Torna a tal punto che ti viene il sospetto che non torni nulla, e che il gioco al massacro possa continuare all’infinito.

Infine, la sceneggiatura di Parasite ha il pregio di mettere al lavoro in modo esplicito i suoi modelli. Che sono – per aperta ammissione dello stesso Bong Joon-ho – due film italiani di Luchino Visconti: Rocco e i suoi fratelli e Gruppo di famiglia in un interno. Il tema viscontiano della famiglia che si sforma e si sfascia rimbalza dentro la villa di Parasite: e proprio come in Rocco era l’inquietudine dei fratelli Parondi  e la loro smania di tradire il verghiano ideale dell’ostrica a portarli alla rovina, analogamente in Parasite è la smania dei poveri di evadere dalla loro tana popolata da insetti ripugnanti e da odori nauseabondi a scatenare l’inferno. Il messaggio è amaramente pessimista: il mondo è così, e fa schifo, ma se cerchi di cambiarlo rischi che vada anche peggio. Non si salva proprio nulla? Qualcosa si salva. Ma Bong non lo urla. Lascia qualche traccia si speranza disseminata nel testo, qualche spiraglio, qualche indizio di resistenza e cambiamento: ma la sua sceneggiatura vuole che sia lo spettatore a individuarli. Anche in questo, nel pudore in cui rifiuta di essere ideologica per lasciare che sia lo spettatore – se vuole – a chiudere, e a trovare non solo un senso ma anche un seguito, sta un ulteriore pregio della sceneggiatura di Parasite.