Villetta con ospiti – La regia di Ivano De Matteo

ARTICOLO DI Gianni Canova

C’è chi lo accusa di essere un po’ troppo “didascalico”. Qualcuno dice anche “programmatico”. Come se avere un programma creativo, un progetto espressivo, una volontà dichiarata di indurre il pubblico a riflettere fosse di per sé una colpa. In realtà, Ivano De Matteo è uno dei registi italiani più capaci di sintonizzarsi con il malessere dei nostri tempi e della nostra Italia, indagando di volta in volta sulle difficoltà economiche di un padre divorziato (Gli equilibristi), sulle reazioni dei padri di fronte alle colpe dei figli (I nostri ragazzi) e ora – sull’onda emozionale di tanti episodi di cronaca nera legati al tema dell’uso delle armi per legittima difesa – sull’insicurezza e al tempo sulla ferocia di una società benestante che si sente minacciata da un nemico esterno senza voler capire che spesso il male oscuro che la divora viene assolutamente da dentro.

È un film a tesi, Villetta con ospiti? In partenza, probabilmente, sì. Ma come sono “a tesi” – poniamo – capolavori come La Divina commedia, il 5 maggio di Manzoni o Arancia meccanica di Stanley Kubrick. O Parasite di Bong Joon-ho, a cui Villetta con ospiti è legato da qualche evidente affinità, a cominciare dalla centralità protagonistica della casa in cui si svolge l’azione. Qual è allora la tesi di De Matteo? Cosa vuole dimostrare? Credo voglia mettere in scena con  programmatica esemplarità un’Italia contemporanea in cui con si salva nessuno, e in cui tutti, ma proprio tutti, anche quelli che sembrerebbero vittime, condividono la stessa ferocia, lo stesso egocentrismo, la medesima incapacità di pensare a qualcosa che non sia il proprio immediato tornaconto personale. Il sistema dei personaggi – in questa chiave – è efficacemente programmatico nella sua composizione geografica (ci sono il romano, la veneta, il napoletano, la rumena, e così via) e antropologica: l’industriale del prosecco con intense frequentazioni adulterine, la di lui moglie devastata dall’insicurezza e dalle carenze affettive, la figlia ribelle, la governante rumena, il di lei figlio arrabbiato e fremente, e poi ancora il prete vanesio, il poliziotto violento, il medico trafficone. Maschere? Certo. Tipi sociali? Anche. Ma resi veri da un cast di prim’ordine. E da uno sguardo registico che non è mai complice, mai accondiscendente, mai assolutorio. De Matteo inquadra spesso i suoi personaggi dentro cornici (di specchi, specchietti, finestrini: si veda anche solo la penultima, bellissima inquadratura) che sembra vogliano rinchiuderli, segregarli, evidenziarli.

Poi nella seconda parte, quella notturna, li chiude addirittura nella villetta del titolo, e li lascia lì a brancolare nel buio. Non nel buio della coscienza (sembra che non sappiano neppure cos’è), ma nel buio dell’interesse: come uscire dal guaio dopo l’”incidente” che è capitato. Forse, nel buio che hanno dentro. Non si salva nessuno, dicevamo. Gli uomini sono come lupi (non a caso è con l’uccisione di un lupo che si apre il film). E anche l’unico personaggio che pareva “buono” alla fine si comporta esattamene come tutti gli altri. Didascalico? Chissà. Certo, questo è un film che non ci assolve. Non ci legittima a sentirci buoni. L’unica che si salva, non a caso, è la sola che non finge bontà pelosa e che esprime con ruvida eleganza il proprio disprezzo per gli altri e per chi non sa fare il furbo pur di tutelare i propri interessi: è la matriarca interpretata da un’arcigna ma ancora bellissima e sublime Erika Blanc.