1917 – La regia di Sam Mendes

ARTICOLO DI Gianni Canova

1917 dura poco meno di due ore ed è girato – apparentemente – con un unico piano sequenza.

Poco importa qui entrare nella querelle se il piano sequenza sia davvero uno solo o se con qualche trucco e qualche espediente grafico il regista sia riuscito a camuffare e dissimulare i tagli di montaggio che in realtà ci sono (uno, almeno, è evidente: quello in cui lo schermo diventa per qualche secondo nero dopo che uno dei due protagonisti è stato tramortito da un colpo di arma da fuoco). La questione rilevante è che Mendes vuole farci credere che il suo film sia stato girato con un unico piano sequenza. Punto. E il piano sequenza è storicamente garanzia di tempo reale: se giro senza stacchi, se non mollo mai il protagonista che è in scena sempre, dall’inizio alla fine, ciò significa che il tempo dell’azione e il tempo del racconto coincidono. Cioè: il film, visto che segue i personaggi senza staccare mai, dovrebbe durare quanto l’azione che racconta. In realtà, in 1917 non è così. L’azione dura molto più delle due ore del film: comincia in pieno giorno, arriva a sera, piomba nella notte, scivola verso l’alba e si conclude a giorno inoltrato. A occhio e croce, l’azione dei due eroici soldatini che attraversano l’orrore della Grande Guerra, e corrono nel fango, tra filo spinato, cadaveri in putrefazione, cecchini nascosti nell’ombra, macerie e desolazione senza fine per fermare un attacco che provocherebbe la morte certa di 1600 loro compagni, non può durare meno di 12/13 ore. E dunque: com’è possibile che noi li seguiamo per due ore, senza staccare mai, e abbiamo la sensazione di averli seguiti davvero per 12/13 ore? È qui, in questa antinomia, il primo grande merito di un film come 1917: il suo essere un film che ci dice qualcosa sul cinema, prima ancora che sulla guerra, e qualcosa di quel che accade a noi quando guardiamo un film. Ci dice e ci ricorda che il cinema è un dispositivo basato sul credere prima ancora che sul vedere, sul creder vero prima ancora che sull’impressione di realtà.  Non c’è nulla di “reale”, in 1917: tutto è palesemente “finto” e scenografato, dalle trincee labirintiche costruite a immagine e somiglianza di quelle di Orizzonti di gloria di Stanley Kubrick  all’aereo che piomba addosso ai due protagonisti come in Intrigo Internazionale di Hitchcock via via fino alla notte di ombre e fiamme in un infernale ed astratto paesaggio di rovine che ricorda da vicino quello del finale di Full Metal Jacket di nuovo di Stanley Kubrick. Sam Mendes non pretende di mostrare la guerra com’è stata “veramente”. La mostra come il cinema l’ha raccontata, la mette in scena come fosse un videogame: un orrore dopo l’altro, fra pallottole che sibilano, topi che rodono, ferite che sanguinano, bombe che esplodono, cieli che si infiammano, notti che inghiottono. Due ore uguali a 12 o 13 ore. La lotta contro il tempo. I corpi massacrati. La guerra inutile. La carneficina. Il dolore. Lo spappolamento del confine fra la vita e la morte. Tutto artificiale, senza pretesa di realismo. Eppure.

Eppure, qui si annida il paradosso di un film come 1917: pochi altri film ti immergono o ti danno la sensazione di immergerti nel cuore stesso della guerra, nella sua fisicità, nella paura di morire, come sa fare 1917. Che bara, trucca e mente nella consapevolezza che è uno dei pochi modi possibili per cercare di farti sentire (attenzione: non capire, sentire) quella che forse è stata ed è la verità. Della guerra come della vita.