Hammamet – La regia di Gianni Amelio

ARTICOLO DI Gianni Canova

Hammamet – il film – è un campo di battaglia. Lo è nel senso in cui un grande director hollywoodiano come Samuel Fuller sosteneva che ogni film lo è: non per quello che rappresenta, qualsiasi cosa rappresenti, ma per le forze contrastanti che lo attraversano, per i conflitti linguistici che lo animano, per i regimi rappresentativi che si scontrano al suo interno. Nel film di Gianni Amelio sono in campo almeno tre regimi rappresentativi differenti, che corrispondo a tre diverse idee di come il cinema può raccontare il presente: il regime mimetico, il regime fantastico e quello cronachistico.

Il regime mimetico è rappresentato dalla prova gigantesca di Pierfrancesco Favino: come mosso da una pulsione imitativa assoluta, l’attore cerca di riprodurre su di sé i tratti fisici e psicologici più connotativi della figura di Craxi, e lo fa con un’esattezza e un’aderenza impressionanti,  coinvolgendo nella hybris mimetica non solo il volto e il corpo, ma la postura, il ritmo della fonazione, l’intonazione della voce, la microgestualità quotidiana (il modo di toccarsi gli occhiali, di appoggiare pollice e indice alla radice del naso, e così via). “Sembra Craxi…”, commentano gli spettatori. Ed è vero. Ma è altrettanto vero che un tale mimetismo assoluto riguarda solo il suo personaggio, tutto il resto del film va in altre direzioni: a differenza di quanto accadeva in Il divo di Paolo Sorrentino (che faceva dei vari personaggi una galleria di sosia di persone reali facilmente riconoscibili), in Hammamet di altri sosia – a parte Favino/Craxi – non c’è traccia, nessun personaggio è chiamato col nome che aveva nella realtà (anche la figlia Stefania diventa Anita), tutto è sfumato e sfuocato. Come dire: il mimetismo che costruisce il protagonista cozza con l’elusività con cui viene messo in scena il resto. Reticenza? Per nulla. Amelio – credo – vuole suggerire e ricordare che il mimetismo non è l’unica strategia utile per leggere e rappresentare la cronaca recente, c’è anche – ad esempio – il registro fantastico. Lo vediamo all’opera, in modo magistrale, nella breve sequenza in cui il nipotino di Craxi, con cappello da generale garibaldino in testa, ricostruisce sulla spiaggia l’episodio di Sigonella utilizzando una schiera di soldatini e il modellino di un aereo militare. La fantasia e il gioco come strategie narrative che non hanno bisogno di essere verosimili per essere credibili. Ma c’è un terzo regime rappresentativo che agisce nel film: quello immediatamente cronachistico. Lo vediamo all’opera nella breve sequenza in cui Silvio Berlusconi appare in Tv – prima solo in voce, poi anche in video – per commentare la posizione del governo italiano sulla tragedia della guerra in Serbia.  Questi tre regimi agiscono l’uno sull’altro, si fanno forza l’uno dell’altro, fanno anche attrito l’uno sull’altro, tanto da estrarre il “fantasma” di Craxi sia dalla cronaca sia dalla favola per traghettarlo in una dimensione tragica: il Craxi di Amelio/Favino non è né quello delle monetine lanciategli addosso all’Hotel Raphael né quello trionfante al 45° Congresso del PSI né quello che un prete del collegio in cui andava da piccolo definiva sprezzantemente “Malfattore Manigoldo Malvivente Maligno Maledetto”.

Diventa piuttosto un personaggio shakespeariano, un mix di Re Lear e di Agamennone, l’ipostasi del re caduto, del Potere che crolla, della vita che fugge. Crepuscolare e furente, non riconciliato, dolce e cattivo, egoista ma generoso, il Craxi di Amelio/Favino si staglia ben al di sopra di tanti altri uomini di potere recentemente raccontati dal cinema perché non affida alla sola tattica mimetica il compito di trasformare la cronaca in Storia, o in consapevolezza profonda dell’accaduto. Hammamet è un film importante perché non giudica e non riabilita (solo chi è accecato dall’ideologia può scrivere questo: quelli che non pensano a quello che vedono ma che vedono sempre e solo ciò che già pensano). Hammamet non assolve e non condanna. Piuttosto interroga. Confligge. Sposta. Consapevole che per capire davvero quello che Craxi è stato (e quello che siamo stati noi ai tempi in cui lui era al potere) Shakespeare forse è più utile delle cronache di Mani Pulite. Shakespeare e il cinema. Fateci caso, se dovete ancora vedere il film: nella grande villa di Hammamet sul televisore sempre acceso passano vecchi classici del cinema hollywoodiano. Là dove scende il fiume di Anthony Mann, Le catene della colpa di Jacques Tourneur, Secondo amore di Douglas Sirk. Perché Amelio li ha inseriti? Un western, un noir, un mélo: non è che questi tre generi hanno a che fare con la vicenda storica di Craxi molto più di quanto sospettassimo prima di vedere Hammamet?