Piccole donne – La sceneggiatura di Greta Gerwig

“Ho attraversato molte difficoltà, perciò scrivo storie allegre”. È questa la frase di Louisa May Alcott che la sceneggiatrice e regista Greta Gerwig fa apparire sullo schermo in apertura del suo adattamento del capolavoro della Alcott Piccole donne. La frase è tecnicamente una sorta di ossimoro: fa coincidere gli opposti, li lega l’uno (l’ostacolo, la difficoltà, il problema) all’altro (l’allegria). Ed è proprio in questa coabitazione degli opposti che possiamo individuare una delle chiavi più importanti scelte dalla Gerwig per rileggere il romanzo e rimetterlo in scena.

Qualche esempio? All’inizio, dopo che l’editore ha acquistato il primo racconto di Jo (o della Alcott?), la vediamo correre euforica per la strada con un ritmo che accelera mentre l’immagine di lei è sottoposta al rallenty. L’accelerazione e il suo opposto coincidono, un po’ come accade poco dopo, quando Amy, a Parigi, sul calesse della zia, si gira a guardare Laurie (Timothée Chalamet) che si allontana al contempo lento e veloce, accelerato e rallentato. La sceneggiatura agisce sul tempo e sullo spazio, li comprime e li dilata, fino a produrre un’ossimorica coincidenza di presente e passato: le medesime attrici interpretano le sorelle March da adolescenti e da donne adulte, senza che nessun trucco prostetico o digitale segnali o marchi una qualche differenza, così come Saoirse Ronan (bella e selvaggia…) interpreta sia l’autrice Louisa May Alcott sia il personaggio (Jo March) che l’autrice ha inventato e che fa un po’ da suo alter ego. Grazie a questo espediente la sceneggiatura cerca continuamente di ricondurre a unità le diversità, di bilanciare le antitesi, di trovare l’equilibrio fra gli opposti: fra il riso e il pianto, la vita e la morte, l’amore e il disamore.

Non ha torto chi – come Raffaele Meale su Quinlan – ha scritto che tutta la riflessione della Gerwig sulla condizione della donna e sul matrimonio non passa per il visivo ma per il verbale (memorabile la battuta di zia March: “Le donne hanno solo due strade per essere economicamente autonome: il bordello o il palcoscenico. Che sono poi quasi la stessa cosa”). Sul piano delle immagini, il film della Gerwig è alquanto canonico e tradizionale, spalma ovunque la sua tranquillizzante luce color miele, osa poco, confeziona immagini abbastanza prevedibili.  Ma osa molto invece sul piano strutturale, fondendo i due romanzi della Alcott (Piccole donne e Piccole donne crescono) e operando per continui slalom temporali, con prolungati collassi del presente nel passato e viceversa, secondo un andirivieni che può a tratti rendere ardua la comprensione del racconto ma che facilita la messa a fuoco di quello che è il vero obiettivo drammaturgico della sceneggiatrice-regista: fare di Piccole donne non la storia d’amore fra un uomo e una donna, né la storia d’amore fra sorelle, bensì una storia d’amore fra una donna e il suo romanzo. Così, l’immagine più bella del film (in un film relativamente povero di immagini belle) è quella in cui Saoirse Ronan è sdraiata per terra, a lume di candela, con tutto il pavimento di legno coperto dai fogli su cui sta scrivendo a mano il suo romanzo. Sarà anche vero – come dice lei stessa – che “scrivere non aumenta l’importanza delle cose”, ma nel film non è così. Ed è proprio il fatto di aver scritto la storia di sé e della sua famiglia che aumenta l’importanza delle loro vite e dei loro amori. Sino all’ossimoro finale, quello che fa coincidere due fantasmi per tutto il film considerati inconciliabili: l’interesse economico e l’amore romantico. È solo scrivendo la sua storia d’amore romantica e negoziando la cessione dei diritti con l’editore che Jo riesce a rendere anche economicamente profittevole e interessante il matrimonio con un ragazzo economicamente squattrinato. Quando si dice la potenza della letteratura.