Pinocchio – La regia di Matteo Garrone

ARTICOLO DI Gianni Canova

Bisognerà provare, prima o poi, a fare seriamente i conti con la vena zoofila che attraversa potente tutto il cinema di Matteo Garrone: dal malibù di L’imbalsamatore alla pulce di Racconto dei racconti, dai cani di Dogman via via fino al bestiario di Pinocchio, Garrone costruisce universi ibridi e promiscui in cui umani e animali coabitano fianco a fianco, talora si contaminano, talaltra sperimentano tutte le forme di legame possibile (dal dominio allo sfruttamento passando per l’affetto e la complicità).

Pinocchio segna, in questa prospettiva, quasi il compimento di un processo: perché a dispetto di quanto è stato scritto dalla maggior parte dei recensori circa la presunta fedeltà di Garrone al testo di Collodi (come se la fedeltà fosse solo una questione di quali episodi mettere e di quali togliere, e non anche di toni, di registri, di atmosfere, di sfumature), in realtà il film – questo, almeno, mi pare di poter dire – rilegge Collodi mescolandolo con il tema ovidiano delle metamorfosi. Tutte le creature che popolano l’universo diegetico mutano e si trasformano: un pezzo di legno diventa un burattino parlante, il Gatto e la Volpe da animali quali erano nel romanzo di Collodi diventano personaggi umani, Pinocchio e Lucignolo su trasformano in ciuchini (e la metamorfosi asinina è una delle sequenze più inquietanti), per non parlare di tutto quel circo di donne-lumaca, di medici-gufi, di  giudici-scimmia, di conigli-becchini e di grilli e di tonni parlanti che celebrano la festa dell’ibridazione dei corpi e della confusione delle specie. Collodi va a braccetto con Fedro e Apuleio, oltre che con Basile e con tutta la tradizione vernacolare contadina, all’insegna di una visività realistico-visionaria (altro ibrido assolutamente entusiasmante) che mescola e fonde la memoria delle illustrazioni di Enrico Mazzanti per il primo Pinocchio del 1883 con la lezione dei macchiaioli toscani di fine ‘800. Che meraviglia. Che godimento per gli occhi. Che capacità di fare di un film un congegno visivo capace di generare un mondo. La maggior parte dei film, oggi, imita mondi che esistono prima e a prescindere dal film, Garrone invece crea un mondo che prima non esisteva. Che esiste solo nel film e grazie al film. Che è il film. Film-mondo, come le grandi opere letterarie che Franco Moretti ha definito così in un libro secondo me imprescindibile (Opere Mondo, Einaudi). Basterebbe questo a chiudere la stanca liturgia dei critici che danno a malapena la sufficienza a Garrone, perché la promozione piena, loro, la danno solo a chi cucina film che presentano mondi come loro hanno in testa che il mondo debba essere. Garrone è troppo spiazzante, troppo nuovo, troppo disorientante, troppo poco confermativo o consolatorio per piacere a tutti. E il suo mondo rurale e pre-industriale, ancora privo della luce elettrica, popolato da lestofanti come il Gatto e la Volpe o da morti di fame come Geppetto, è un mondo in cui crescere e diventare grandi significa attraversare riti di passaggio e acquisire dimestichezza con gli oggetti (che meraviglia la sinfonia di martelli, seghe, vanghe e scalpelli che risuona nel film), con gli animali – appunto – e con gli umani. Crescere significa assumersi la responsabilità: questa la grande lezione di un film che stride con quella liturgia dell’irresponsabilità che domina oggi un’Italia diventata un paese in cui nessuno è responsabile di quello che fa e chiunque può illudersi di poter fare qualunque cosa, senza nessuna conseguenze per quello che ha fatto.

Garrone deve molto a Collodi, e – non c’è dubbio – al suo capolavoro immortale (non a caso nelle nostre scuole si guardano bene dal farlo studiare…). Ma il regista ci mette di suo, appunto, la confusione fra realismo e visionarietà e la celebrazione dell’ibrido come forma specifica del nostro tempo. Per non parlare della sua capacità di fare del racconto collodiano una potente metafora del presente: l’episodio in cui Pinocchio è convinto dal Gatto e dalla Volpe a “investire” i suoi 5 zecchini d’oro nel campo dei miracoli, con la promessa che crescerà un albero grondante di monete d’oro, è un’allusione neanche troppo velata alle truffaldine, recenti seduzioni dell’alta finanza nei confronti dei piccoli risparmiatori. La decisione di Pinocchio di proclamarsi colpevole di fronte al giudice-scimmia di quel grande caratterista che è Teco Celio perché “viviamo in un paese dove chi è innocente va in carcere” è una zampata polemica nei confronti dell’amministrazione della giustizia. E l’immagine del carro guidato dall’omino di burro, carico all’inverosimile di ragazzi (tutti solo maschi!) convinti di andare a vivere nel paese dei balocchi, del tutto ignari che finiranno invece sfruttati e schiavizzati come muli da una forma rapace di sfruttamento del lavoro è un’allusione anche qui abbastanza diretta ai barconi grondanti di migranti illusi di arrivare nel paese di bengodi e destinati invece a lavorare a basso costo per chi dice di volerli respingere anche se sa che della loro forza-lavoro ha un bisogno vitale. Film politico, il Pinocchio di Garrone? Certo, anche: oggi solo i film visionari come questo possono dirci qualcosa del mondo in cui viviamo. A chi non lo vede e non lo capisce, forse non resta che ripetere la battuta conclusiva che nel Pinocchio di Benigni la Fata Turchina rivolgeva a Medoro: “Forse è meglio andarsi a comprare un paio di occhiali”.