Il Primo Natale – La regia di Ficarra e Picone

ARTICOLO DI Gianni Canova

Saranno anche “nati stanchi”, come recita il titolo del loro primo film, i palermitani Ficarra e Picone, ma quando si tratta di far funzionare un congegno narrativo sono capaci – nonostante la congenita stanchezza – di reperire impreviste e imprevedibili energie. In Il primo Natale, per dire, corrono come matti dall’inizio alla fine: prima uno (Valentino, parroco di Roccadimezzo Sicula, mite sacerdote intento ad allestire un presepe vivente) insegue l’altro (Salvo, ladro di opere sacre e ateo dichiarato) che ha appena rubato una preziosa statuetta 500esca del Bambin Gesù. Poi, mentre si rincorrono ansimando in un canneto, finiscono in una sorta di paradosso temporale che – come Troisi e Benigni in Non ci resta che piangere o come la banda di Massimiliano Bruno in Non ci resta che il crimine – li catapulta indietro nel tempo, nientemeno che nella Giudea dell’Anno Zero, nelle ore che precedono la nascita di Gesù. E qui i due – con la complicità di Nicola Guaglianone e di Fabrizio Testini alla sceneggiatura – si mettono alla ricerca della capanna in cui Maria partorirà il Cristo per chiedere a lei il miracolo di farli tornare nel 2019.  Si ride? Anche. Di cosa? Innanzitutto, come in tutte le coppie comiche, si ride del contrasto caratteriale. Tanto Ficarra è furbo, sfrontato, sfacciato e provocatorio quanto Picone è timido, educato, ingenuo e gentile. Uno agisce, l’altro prega. All’inizio, almeno. Perché poi, a furia di frequentarsi, finisce che i due si scambiano attitudini e qualità. Tanto che il prete tira cazzotti e il ladrone è tentato di abbozzare una preghiera.

È l’osmosi tipica di tutte le coppie comiche. Ficarra ha un viso che sembra disegnato da Picasso: tra il naso e la bocca si profilano le linee di una geometria non euclidea. Picone invece incarna la maschera dell’uomo mite, dell’individuo qualunque, finanche nella fisiognomica. Messi l’uno accanto all’altro, inscenano una rivisitazione apocrifa dei Vangeli tutt’altro che banale. Rispetto alla fiacca ripetitività di tanta commedia italiana recente, qui c’è un’idea originale, uno scarto dalla norma, un tentativo coraggioso di raccontare una storia che provi a fondere archetipi e attualità. Perché l’inizio e la fine di Il primo Natale sono davvero sorprendenti per la capacità di legare i miti eterni del Natale con le tragedie dei giorni nostri: un vero presepe vivente – suggeriscono i due comici – oggi lo si può fare solo con i profughi, gli esuli, i migranti. Quelli che scappano. Quelli che sopravvivono alle persecuzioni. Quelli che si sottraggono alla ferocia degli Erode dei nostri tempi.

Il modo in cui i due riescono a tornare nel presente è non solo una bella trovata di sceneggiatura, ma una metafora potente del nostro mondo e delle sue contraddizioni. Possono dar fastidio due comici che raccontano una storia simile? Certo che sì. E i due lo sanno bene. Tanto che in una scena del film ci scherzano su mostrando il cinico e ghignante Erode di Massimo Popolizio (splendido!) che ordina con un gesto di tagliare la gola a un cortigiano che ha avuto l’ardire di ridere al suo cospetto. Il potere, si sa, non ama la risata, ed è infastidito da chi ride in sua presenza. Per questo, a volte, sono proprio il riso e il sorriso lo strumento più efficace per mettere a nudo il cinismo degli Erodi di ogni tempo e per denudare la subdola e fasulla serietà del potere.