L’Immortale – La regia di Marco D’Amore

ARTICOLO DI Gianni Canova

Con la regia si era già misurato dirigendo un paio di episodi della quarta stagione di Gomorra-la serie. Aveva fatto palestra, aveva addestrato lo sguardo. Ora, per resuscitare il personaggio che l’ha reso famoso (Ciro Di Marzio detto l’Immortale) Marco D’Amore sceglie di collocarsi di nuovo dietro la macchina da presa e di farsi carico della regia del film che sancisce anche nell’immaginario italiano l’imperitura validità dell’antico detto secondo cui nomen omen, ogni nome porta iscritto un destino: un personaggio che viene chiamato l’Immortale (e che, per inciso, è nato il 2 novembre…) è condannato a non poter morire mai.

Alla fine della terza stagione di Gomorra-la serie, nel dicembre 2017, Ciro Di Marzio veniva colpito da un colpo di pistola esploso dal suo nemico fraterno Genny Savastano e il suo corpo si inabissava nelle acque scure del Golfo di Napoli. Ora, in un film che fa da cerniera – caso rarissimo nella storia mondiale della serialità – fra due stagioni di una serie (la quarta e la quinta), Ciro ritorna. O resuscita. O rinasce. O riappare. Ognuno scelga il verbo che preferisce. Fatto sta che lo ritroviamo in Lettonia, sotto i grigi cieli del nord, intento a coordinare il tran tran criminale di malavitosi italiani in esilio che non riescono più a trovare la grandezza neanche nel crimine. Così, mentre ricorre al traffico di coca per rilanciare il business e l’entusiasmo in Lettonia, Ciro rivive in flashback i momenti salienti della sua vita e della sua educazione criminale nella Napoli degli anni Ottanta. E proprio nell’uso dei flashback si può cogliere il primo tratto stilistico fortemente connotativo del film: l’insistito parallelismo fra passato e presente, e la scelta dell’analogia come figura-cerniera nelle transizioni da una dimensione temporale all’altra. Un paio di esempio, tratti proprio dall’incipit del film: l’immagine della madre che si inabissa con il piccolo Ciro in braccio per il crollo del palazzo in cui vive durante il terremoto in Irpinia del 23 novembre 1980 è alternato al montaggio parallelo dell’immagine di Ciro che si inabissa nelle acque del Golfo dopo che Genny gli ha sparato, mentre sempre il montaggio alternato e parallelo associa per analogia l’immagine del piccolo Ciro salvato fra le macerie e quelle di Ciro adulto salvato nelle acque del mare da mani amiche. Già questa scelta contribuisce a rafforzare l’aura fatalistica che circonda il personaggio, come se fosse il destino a chiamarlo a sé e a imporgli di aderire a un copione già scritto che lui può soltanto limitarsi a interpretare. Passando poi al piano delle scelte più specificamente registiche, Marco D’Amore fa sue con intelligenza alcune delle peculiarità già sperimentate e in qualche modo canonizzate con le prime magistrali regie di Stefano Sollima nella prima stagione della serie: la scelta di girare in location, la predilezione per i campi lunghi e lunghissimi, l’uso dello Skorpio Arm (la telecamera collocata sul braccio di una piccola gru sul tetto di un furgone o di un’auto) per le scene di inseguimento, la ricerca di punti focali inconsueti e sorprendenti, il gusto per inquadrature epiche di largo respiro  visivo…. Si sente l’amore per le mises en scène di Sergio Leone, dietro certi passaggi di L’Immortale.  E nel dirigere se stesso in quanto attore D’Amore accentua ancora di più, se possibile, i tratti fatalistici del suo personaggio: Ciro appare davvero come un predestinato, quasi come un eroe da tragedia greca, taciturno, solitario, ieratico, austero. I suoi gesti lenti, le pause, i silenzi che precedono le improvvise esplosioni di violenza, sono tratti connotativi di un’eroicizzazione del personaggio che ne accresce la statura mitica, a tratti perfino quasi cristologica. Ma è nella parte ambientata tra i vicoli della Napoli anni Ottanta che la regia di D’Amore dà il meglio di sé: lì il film si libera da ogni guarentigia e da ogni debito nei confronti del romanzo di Saviano da cui tutto ha avuto origine e si immerge nelle luci calde della fotografia di Guido Michelotti inseguendo scugnizzi che fanno contrabbando di sigarette tra i festoni appesi per celebrare lo scudetto del Napoli di Maradona. Lì, in quella Napoli così candidamente naive, fra canzoni neomelodiche, vecchie auto d’epoca e educazioni criminali, L’Immortale diventa molto più che uno spin-off della serie televisiva e lascia intuire la maturità di uno sguardo che sa sorprendere e sedurre.