L’ufficiale e la spia – Il suono di Lucien Balibar

ARTICOLO DI Gianni Canova

Tempo di lettura: 2 minuti

I passi marziali dei soldati producono un rumore sordo mentre attraversano il cortile dell’Ècole Militaire di Parigi. Stanno portando Alfred Dreyfus, capitano ebreo accusato di tradimento perché sospettato di aver passato informazioni ai nemici tedeschi, all’umiliante cerimonia della degradazione che prelude al disonore e poi all’esilio nella sperduta Isola del Diavolo, nella Guyana francese. Roman Polanski inquadra la scena da lontano, in campo lunghissimo, quasi a sottolineare la piccolezza dell’umano rispetto all’imponenza dello spazio e delle architetture circostanti. Niente dialoghi, niente musica mentre il drappello scorta Dreyfus attraverso l’enorme cortile. Solo i passi. Marziali, ritmati. Tonf tonf. Tonf tonf. La ghiaia è bagnata per la pioggia recente e la marcia dei militari non produce un rumore croccante ma attutito. Umido, quasi. In lontananza qualche cavallo nitrisce, qualcun altro sbruffa e soffia. Sbruff sbruff. Ora Dreyfus è davanti agli ufficiali che lo stanno per degradare. Si sguainano le spade. Il sibilo metallico taglia l’aria e la fende. Secco. Pungente. Sferzante. Zip zip zip. Nel silenzio assoluto, prima delle parole che sanciscono il disonore, Polanski assegna a una sinfonia di suoni diegetici il compito di far da tappeto acustico a una cerimonia infamante. Sembrerebbe per chi la subisce, ma il film mostrerà che gli infami sono quelli che degradano, non il degradato.

Fin dalla bellissima sequenza d’apertura, il lavoro di Lucien Balibar e di tutto il Sound Department è potente e strabiliante quanto il lavoro effettuato dal team di Polanski sulle immagini. Tanto queste sono nitide, rigorose, cromaticamente armoniche, compositivamente equilibrate (in un film che parla invece di squilibri, arbitrii, soprusi e ingiustizie), tanto i suoni sgorgano da una partitura diegetica di ammirevole potenza evocativa. Ci sono sempre suoni d’ambiente a connotare luoghi, personaggi e situazioni: così, ad esempio, nella scena che rievoca visivamente il Déjeuner sur l’herbe di Manet, Balibar appoggia le immagini di Polanski su un lieve cinguettare di uccellini, mentre in sottofinale il duello fra Picquart e il suo accusatore è tutto un sibilar di sciabole che tagliano l’aria e sembrano voler tagliare anche il fiato degli spettatori. Per non parlare dello scricchiolio dei passi sui pavimenti di legno delle abitazioni, o del soffio prodotto dai sospiri e dai respiri dei personaggi durante i dialoghi. L’ufficiale e la spia è un film perfetto anche dal punto di vista sonoro: come se il Sound Department avesse approntato per Polanski una partitura polistrumentale fatta di rulli di tamburi, scalpitii di cavalli, sferragliar di carrozze e soffi di vento, via via fino alle urla scomposte e ai boati della folla che vorrebbe il linciaggio di un innocente forse solo perché ebreo. Ambientato nell’anno e nella città in cui i fratelli Lumière hanno inventato il cinema (Parigi, 1895), l’ultimo film di Roman Polanski è uno stridente ma compostissimo j’accuse (questo peraltro il titolo originale…) contro l’ignavia di chi tace di fronte alle accuse che infamano un innocente e ricorda a noi tutti che le molestie processuali, a volte, possono essere detestabili e deprecabili tanto quanto le molestie sessuali.