Light of my Life – La regia di Casey Affleck

ARTICOLO DI Gianni Canova

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Inquadratura verticale dall’alto. Un padre e una figlia adolescente sono sdraiati in posizione supina l’uno accanto all’altra. Lui ha le braccia allargate accanto alla testa, lei le ha composte nel grembo. Non si capisce bene dove siano. “Ti va se ti racconto una storia?”, chiede lui. E lei: “Non voglio che la storia racconti di me…”. Il padre prende tempo. Poi attacca a raccontare. Per 10 minuti, prima dei titoli di testa, con la plongé iniziale che lascia il posto a primi e primissimi piani sul volto barbuto del padre e su quello adolescente della figlia, lui racconta a lei una versione apocrifa del mito dell’Arca di Noé. E la figlia si abbandona al piacere di ascoltare. Solo alla fine del racconto, dopo 12 minuti dall’inizio, il regista Casey Affleck decide di rivelarci dove siamo con un’inquadratura in esterno notte che mostra in profondità di campo una piccola tenda a forma di igloo. I due sono lì dentro. Passano la notte lì. L’inquadratura successiva infatti mostra lo stesso luogo all’alba. Siamo in un bosco fitto di tronchi altissimi. Fa freddo. È autunno inoltrato. E il padre si lava il volto con l’acqua gelida del torrente che scorre poco distante. Padre e figlia sono in fuga. Vivono in fuga. Come i protagonisti di The Road, il film di John Hillcoat tratto dal capolavoro di Cormac McCarthy: là un padre e un figlio cercavano di sopravvivere in un mondo post-apocalittico regredito allo stadio primitivo più brutale, qui un padre protegge sua figlia dopo che un’epidemia devastante ha ucciso quasi tutte le donne del pianeta per cui le poche sopravvissute devono nascondersi (o vestirsi da maschi, come nel caso della protagonista) per sfuggire alla violenza cieca di maschi predatori affamati di femmine e di sesso.

Su un soggetto simile un altro regista avrebbe costruito un horror truculento, o un survival movie turgido di esplosioni splatter. Casey Affleck, alla sua seconda prova registica dopo il documentario Io sono qui (ma ricordiamo anche l’oscar come miglior attore protagonista per Manchester by the Sea), sceglie invece una compostezza ammirevole e opta per una regia minimale e rarefatta, dove i gesti di violenza sono limitati, spesso relegati nel fuori campo e in ogni caso concentrati soprattutto nel finale. Il film diventa così la fenomenologia asciutta ed essenziale del rapporto fra un padre e una figlia, in un universo distopico che rompe con coraggio tutti i canoni del genere. Avvolto lui in un pesante giubbotto da boscaiolo e lei in una giacchetta a vento con il cappuccio giallo, padre e figlia vagano in quel che resta del mondo mentre l’inverno incombente comincia a coprire di neve un paesaggio tanto spoglio e brullo da mettere i brividi. Un uomo affranto, una ragazzina vestita da maschio, alberi contorti, sterpi e rovi. Nient’altro. Solo parole. Le parole del padre. Le parole della figlia. Qualche rapido flashback sulla moglie e sui suoi ultimi giorni. Poi, qua e là, la minaccia dei maschi, la loro violenza cupa e repressa. Il vuoto.

È davvero ammirevole, Affleck, per la misura, per l’economia di mezzi espressivi con cui gira il film. Ma anche per la tensione che riesce a creare con niente. E per il modo con cui ci fa empatizzare con la ragazzina senza ricorrere a nessuno di quei mezzucci strappalacrime a cui il cinema talora ricorre quando ha bisogno di implementare i suoi processi di coinvolgimento emotivo. La calibrata alternanza di campi lunghissimi e primissimi piani contribuisce ad accentuare lo smarrimento dei personaggi, fino al bellissimo primo piano finale, luminoso ma indecifrabile: la ragazzina guarda nella nostra direzione, ma non guarda noi, va al di là di noi, verso quel punto imprecisato del fuoricampo in cui sono iscritti il suo destino e il suo futuro.