La Belle Époque – La sceneggiatura di Nicolas Bedos

ARTICOLO DI Gianni Canova

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La vita era più semplice. C’erano i ricchi e i poveri, destra e sinistra. Difendevi gli immigrati senza preoccuparti dell’economia. I religiosi erano meno fanatici. La gente si parlava ai tavoli e non guardava i telefonini”: alla domanda sul perché rimpianga gli anni Settanta, Victor (Daniel Auteuil) – maturo e annoiato fumettista sessantenne, protagonista di La belle époque – risponde così. In realtà, rimpiange i seventies perché era più giovane. E perché in quel decennio – nel 1974, per la precisione – in un bistrot di Lione ha conosciuto la donna della sua vita: quella che formalmente è ancora sua moglie, ma che non lo sopporta più (“Quando dormo con te mi sembra di invecchiare più in fretta!”, gli dice), e anzi lo caccia di casa in malo modo perché – dice – lo ritiene troppo vecchio per lei. Victor, in effetti, un po’ vecchio lo è: capelli lunghi sul collo, fluente e copiosa barba bianca, nessuna familiarità con il digitale. È un rudere del passato: legge libri di carta, ascolta dischi di vinile e non tollera social e telefonini. Così quando una società di entertainment che organizza viaggi nel passato per ricchi clienti facoltosi che sognano di passare un po’ di tempo con Hemingway o perfino con Hitler gli offre l’opportunità di tornare indietro negli anni, lui sceglie proprio il 1974, e ci finisce. È in un teatro di posa, ma il bistrot degli anni Settanta è ricostruito con sorprendente rigore filologico. In circolazione ci sono solo attori che recitano una parte, ma sono talmente credibili (e così ben guidati con gli auricolari) che ti dimentichi presto che sono attori. E finisce che ti puoi illudere di vivere davvero in un altro tempo e in un altro mondo.

La belle époque è un po’ la versione rovesciata di The Truman Show vent’anni dopo: là, nel film-culto di Peter Weir, il protagonista viveva a sua insaputa dentro un reality show, qui invece Victor è consapevole di entrare dentro una finzione, su un set dove si vivono sogni a pagamento, ma gli fa piacere credere che sia la realtà. Come dire: mentre Truman Show era la storia della scoperta di un inganno, di una simulazione, La belle époque è la messinscena di una finzione che a poco a poco prende il posto della realtà. Insomma: lo spettacolo al posto della vita. O la vita come spettacolo.

La sceneggiatura, scritta dallo stesso regista Nicolas Bedos, non sbaglia un colpo e concilia in maniera perfetta l’ambizione teorico-metaforica che innerva l’arco narrativo portante con la sottigliezza tutta francese nel generare a getto continuo dialoghi, conflitti, scontri verbali, equivoci, qui pro quo… Tra arguzia e esprit de finesse, in un gioco di mise en abyme complesso da gestire ma risolto con grande scioltezza, Bedos orchestra un gioco delle parti per cui ciò che avviene sul set e quel che accade fuori sempre più fittamente si compenetrano e si mescolano fino quasi a confondersi, in un intreccio che manda in cortocircuito passato e presente, desiderio e nostalgia, ieri e oggi, I am Believer e Rescue Me, Ritorno al futuro e EdTv,  Effetto notte e Midnight in Paris, via via sino a un finale che è una riflessione non banale sul cinema, sulla recitazione, sulla nostalgia, ma anche sul nostro bisogno di trovare qualcosa che ci aiuti a fermare il tempo e a evitare che il senso e il profumo della vita vadano perduti.