Parasite – La scenografia di Lee Ha-Jun

ARTICOLO DI Gianni Canova

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Calzini appesi ad asciugare a un lampadario davanti a una finestra seminterrata. Fuori, oltre le sbarre, si intravvede un vicolo fetido che pullula di vita e di immondizia. La famiglia Kim vive lì: più che una casa è una tana, piena di insetti schifosi, e senza più neanche il wi-fi, dopo che la signora del piano di sopra l’ha schermato con una nuova password.

Questa “casa-sottoscala” è uno dei due luoghi protagonisti del film. L’altro è la villa della famiglia Park: prato inglese, legno e pietra, design elegantemente razionalista, grandi vetrate sul parco antistante. Due case, due famiglie, due destini.

Parasite del regista coreano Bong Joon-ho (The Host, Snowpiercer), Palma d’oro a Cannes 2019, racconta di come la famiglia che sta sotto e che vive nella tana riesca a salire sopra e a intrufolarsi nella villa della famiglia ricca, usando ogni stratagemma possibile per sostituire tutti i membri della servitù.

La scenografia di Lee Ha-Jun è fondamentale nel delineare la drammaturgia del conflitto: la villa dei Park, che nella finzione cinematografica si vuole progettata dall’architetto Namgoong, è definita dalla luce calda e naturale che pervade tutti i suoi spazi, in contrasto con la fioca illuminazione artificiale che delimita ulteriormente l’angusto appartamento seminterrato della famiglia Kim.

Apparentemente minimale, tutta linee pulite e colori neutri, salvo le opere d’arte appese alle pareti (tra cui quelle del pittore coreano Seungmo Park), la villa dei Park presenta in realtà un’architettura verticale complessa, formata da almeno quattro piani – terreno, sopraelevato, seminterrato, sotterraneo – a ognuno dei quali corrisponde una diversa configurazione sociale.

Dalla cucina, attraverso la porta oscura che si apre nella parete luminosa arredata con vasi, piatti e bicchieri, si scende nella cantina/dispensa, che è allo stesso livello seminterrato del garage. Ma ancora più sotto, nascosto nelle cavità della terra, c’è un ulteriore sotterraneo dove – forse – si annida un intruso.

È un mondo fatto di saliscendi, quello che la scenografia allestisce come teatro del dramma: non a caso i dislivelli e le scale sono gli elementi più fortemente connotativi di una scenografia che si mette efficacemente al servizio di una storia dove salire e scendere diventano le metafore centrali della lotta per la vita.

La tana dei Kim, scavata sotto un vicolo putrido dove gli ubriachi pisciano e vomitano davanti alla piccola finestra, verrà non a caso allagata dalla pioggia torrenziale che si scatena la notte della resa dei conti, quando tracimeranno le fogne, e l’acqua putrida avvolgerà tutto, condannando i Kim a portarsi addosso per sempre quell’odore che non consentirà mai il loro riscatto: lo stesso odore nauseabondo – come dice il sig. Park – “di un ravanello vecchio o di uno straccio bollito”.

Le differenze di classe ormai si determinano con l’olfatto, l’odore non te lo levi di dosso neanche quando esci dal sottoscala: nel suo essere una tragedia senza cattivi, dove la ferocia non sta negli uomini ma nel sistema e – caso mai . nella vita, Parasite disegna un mondo foscamente hobbesiano dominato dalla guerra di tutti contro tutti, all’insegna dell’intramontabile homo homini lupus.

Nella locandina italiana del film, non a caso, tutti i personaggi appaiono accecati allo stesso modo, senza distinzione di classe e di ceto. C’è solo uno sguardo non accecato, che ci guarda, e a cui forse conviene affidarsi per cercare di riuscire ancora a vedere dove va il mondo. Lo sguardo dell’arte.