L’uomo del labirinto – La sceneggiatura di Donato Carrisi

ARTICOLO DI Gianni Canova

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Non è un film per tutti, L’uomo del labirinto di Donato Carrisi.

Chi ama le storie lineari, le sceneggiature rifinite al millimetro, quelle che alla fine chiariscono tutto, mettono ogni dettaglio a posto e ti congedano regalandoti l’illusione che sia possibile riportare l’ordine nel mondo (e nel racconto…), chi ama storie simili – dicevo – è bene si astenga.

L’uomo del labirinto è tutto l’opposto. È costruito per confonderti, non per rassicurarti. Mette in campo un dedalo di ipotesi e di dubbi in cui è facile perdersi. Il “labirinto” evocato nel titolo riguarda e svela la sua stessa struttura narrativa: che è volutamente spiazzante e disorientante. Perché Carrisi ricorre a tutta la sua consumata esperienza di scrittore e di sceneggiatore per architettare un intreccio in cui si intersecano almeno due storyline che sembrano contemporanee mentre in realtà sono successive (l’indagine di Bruno Genko/Toni Servillo avviene prima dell’interrogatorio del presunto Dott.Green/Dustin Hoffman alla ragazza con gamba rotta e flebo nel braccio).

Tutto il racconto è melmoso, sfuggente, indecidibile, volutamente fuorviante. Non si esce rassicurati, dalla visione. Non ci si sente più intelligenti dei personaggi. Non ci viene regalata la gratificazione (illusoria) di aver capito tutto da soli. Carrisi gioca con noi spettatori. Sa che se siamo lì, e abbiamo deciso di vedere un suo film, è perché vogliamo essere spiazzati. E lui lo fa. Anche ricorrendo a trucchi o “effettacci”, come scrivono alcuni (troppi…) critici italiani.

Vediamo di capirci: perché se Quentin Tarantino in Pulp Fiction fa morire John Travolta e poi lo fa riapparire vivo e vegeto in una sequenza successiva tutti gridano alla geniale trovata di sceneggiatura, mentre se lo fa Carrisi (non rivelerò qui con quale personaggio) molti critici italiani gridano al colpo basso o denunciano i presunti limiti “sconcertanti” (è l’aggettivo usato nella recensione di uno dei più importanti quotidiani italiani) della sceneggiatura? Oppure: perché se il twist finale che obbliga lo spettatore a rivedere sotto un’altra luce tutto quello che ha visto (o ha creduto di vedere) fino a quel momento lo applica lo Shyamalan di Il sesto senso è geniale, mentre se lo fa Carrisi è banale?

Siamo sempre lì: da noi, alla maggior parte dei critici il cinema di genere non va proprio giù. Vogliono il realistico e il verosimile, loro. Noi, purtroppo, non abbiamo conosciuto il romanticismo nel suo cotè più legato alla poesia della notte, del buio, del sangue, dei cimiteri. L’uomo del labirinto viene da lì. Dalla cultura gotico-romantica.

È un film sospeso nel buio. Imperfetto, certo. Ma coraggioso. Molto più della maggior parte del prodotto medio italiano. E con un impianto e una rete di riferimenti che spesso molti critici non colgono, tutti lì a dire che il coniglio di Donnie Darko era meglio di quello di Carrisi, senza neanche pensare che forse il modello del film è più nel coniglio dell’Alice di Lewis Carroll, qui indotta a smarrirsi nel paese delle nefandezze, invece che in quello delle meraviglie. Per non parlare degli uomini-coniglio di Inland Empire di David Lynch.

E poi: c’è un’evidente componente dantesca in L’uomo del labirinto, se non altro perché una delle sue linee narrative si configura come una vera discesa agli inferi, con tanto di palude (stigia?) e di Limbo, con otto cerchi infernali facilmente individuabili (ci sono gli iracondi e gli avari, i fraudolenti e gli eretici…) e con apparizioni che evocano Cerbero e finanche il Minotauro.

Me li vedo, i critici cisposi: eccesso di ambizione, ammoniscono. Sarà. Ma a me vien da dire: finalmente! Finalmente un film che punta alto, che non si accontenta del verosimile, che costruisce immagini disturbanti e che chiede al suo spettatore di interrogarsi su quello che vede invece di rimandarlo a casa felice perché Qualcuno (l’Autore) gli ha spiegato (o ha preteso di spiegargli…) una volta per tutte come va il mondo e qual è il senso della vita.

Qui nessuno spiega nulla. Qui c’è un film oscuro e sfidante che ci dà quel che vogliamo (shock emotivi, colpi di scena, sorprese) ma poi non chiude e chiede a noi di trasformare l’emozione in sentimento.

Per non parlare del finale, tanto discusso: qui Carrisi apre una prospettiva interessantissima e inedita di intertestualità e intermedialità, inserendo nell’epilogo di L’uomo del labirinto la chiave di un’altra storia (Il suggeritore) che aveva raccontato in un medium diverso dal cinema. Credo che almeno per l’Italia sia una cosa che nessuno aveva mai fatto prima.