Tutto il mio folle amore – La regia di Gabriele Salvatores

ARTICOLO DI Gianni Canova

Tempo di lettura: 2 minuti

“Più che fare cinema, elenca desideri”.

Ha scritto così un critico malevolo, convinto con questa frase di inchiodare per sempre il film di Salvatores sulla punta acuminata della sua stroncatura. E invece.

Invece chi ha mai detto che il cinema non sia anche un’elencazione di desideri?

E che proprio nel rapporto con il desiderio non stia uno dei segreti su cui il cinema si fonda?

Tutto il mio folle amore è un film desiderante.

Desidera il road movie, anche se non vi si adagia mai completamente.

Desidera il viaggio, desidera la paternità, desidera la musica, desidera il cinema.

Desidera un pubblico che sappia desiderare e che non abbia smania di uccidere il desiderio, nella convinzione (mortifera) che solo sulle spoglie del desiderio il cinema possa rinascere.

Necrofilo chi lo pensa.

Tra gli ultimi film di Salvatores, Tutto il mio folle amore è uno dei più vivi.

Pulsa, sbanda, corre, galoppa. A volte zoppica. Talora sussurra, talora urla.

Ma non sta fermo mai. Giù giù da Trieste alla Slovenia e alla Croazia, inseguendo un figlio autistico e un padre irresponsabile che canta nelle balere balcaniche (lo chiamano il Modugno della Dalmazia) per sbarcare il lunario e illudersi di non essere del tutto uno stronzo.

È su uno stronzo, d’altro canto, che il film si apre, mostrando nella seconda sequenza il protagonista che spalma con un dito i suoi escrementi sul vetro della doccia. Forte, per un cinema corretto asettico e igienista (dei sentimenti)  come quello italiano. Ma ancora più forte la scena successiva in cui Abatantuono (padre adottivo del ragazzino autistico) indossa naso finto ed occhiali  per leggere a mezza voce Le avventure di Arthur Gordon Pym di Edgar Allan Poe, storia di un giovane che si imbarca clandestino su una baleniera, quasi prefigurando ciò che di lì a poco accadrà anche nel film.

Naso finto, maschera: si mascherano tutti, il ragazzino con il cappello piumato da indiano, Willi tagliandosi i baffetti alla Modugno, Elena (la madre, interpretata da Valeria Golino) imponendosi un aspetto e un look da tranquilla signora borghese.

Salvatores desidera quella storia, così come desidera, nel film, la scena del ballo sotto le sfere di luce in Ultimo tango di Bertolucci, ma desidera anche Paris, Texas di Wenders, certe arie tzigano-balcaniche di Emir Kusturica, e poi i cavalli e il circo, la fuga e il viaggio.

Sono temi e riferimenti che non si fondono?

Quand’anche fosse, forse è questo il bello del film. Che non smette mai di cercarsi, anche fra i suoi stessi rifiuti, fra i suoi scarti, fra le scene sbagliate, divorato da un desiderio di cinema che si percepisce ad ogni inquadratura: che sia lui, il cinema, il vero destinatario del folle amore che il titolo proclama?