Il mio profilo migliore – La recitazione di Juliette Binoche

ARTICOLO DI Gianni Canova

Tempo di lettura: 3 minuti

Tutto sul suo volto.

Volto-paesaggio, volto-tavolozza, volto-spartito.

Mai come in questo film Juliette Binoche ha fatto del volto (occhi, labbra, naso, ciglia, guance, mento, fronte…) lo strumento primario del suo lavoro di attrice.

Il personaggio che deve interpretare è quello di Claire, una 50enne docente di letteratura all’Università che un bel giorno si inventa su Facebook una falsa identità. Finge di essere una 24enne, ruba foto e identità a una nipote che ha la metà dei suoi anni, simula di essere una stagista di moda di nome Clara e con questa maschera allaccia una relazione con un ragazzo molto più giovane di lei.

Nel mondo virtuale del web il ragazzo desidera lei, ma perché crede sia un’altra. E lei gode nel sentirsi desiderata, anche se sa che quel legame non potrà mai trasferirsi dal virtuale al reale perché lui non ama lei, ma quel doppio fittizio e ingannevole che lei ha creato per il web.

Fin qui, niente di nuovo: la cronaca, prima ancora che il cinema, è piena di casi di catfishing, di false identità, di maschere e simulazioni. Ma nel film c’è quanto meno una doppia differenza: in primo luogo perché non è detto che la storia che vediamo sia proprio quella che credevamo di seguire, in secondo luogo perché la bugiarda (l’attrice che finge di essere bugiarda) è nientemeno che Juliette Binoche. Che fa letteralmente mirabilia con un minimo dispiegamento di mezzi espressivi.

Guardate anche solo la scena in cui è al telefono con l’amante virtuale mentre sta facendo la spesa al supermercato. Gira fra gli scaffali con le cuffiette nelle orecchie. Parla con lui. L’inquadratura è un primo piano. Lei indossa gli occhiali. Guarda fisso di fronte. Ma non guarda in macchina.  Guarda un punto imprecisato in lontananza. Guarda ciò che non si può vedere, sorride.

La macchina da presa arretra e allarga, e lei alza la testa verso il cielo e simultaneamente la spinge indietro e abbassa le palpebre. Poi apre gli occhi e ci guarda. Ci chiama in causa con un sorriso.

Microfisica del desiderio, fisiognomica dell’empatia.

Altra scena: lui al telefono le dice che sta per partire per Goa. Lei – che non se l’aspettava – rovescia il caffè fuori dalla tazza, mentre l’espressione si blocca, si irrigidisce. Semiotica del disappunto con un impercettibile movimento dell’angolo della bocca.

È in questi dettagli che si vede la bravura. Niente scene madri. Niente eccessi.

Minimalismo espressivo funzionale alla massimizzazione dell’investimento emozionale.

Claire, Clara. Piega la testa, guarda, fissa gli occhi, mugola e geme nella scena dell’autoerotismo, si rabbuia, si rasserena, dubita, latita, poi esulta, poi si dispera. Ora inganna, ora teme di essere ingannata.

Per tutta la durata del film, sempre in scena, la Binoche passa in rassegna tutte le possibili sfumature con cui il viso umano può comunicare emozioni: tanto che Il mio profilo migliore è quasi un atlante fisiognomico, un trattato di semiotica delle passioni, un bignamino degli stati d’animo  che lasciano traccia sul corpo e sul viso.

I dialoghi con la psicanalista interpretata da Nicole Garcia sono il cuore del film: perché lì, a differenza di quanto accade con gli amanti virtuali sull’iPhone, sono in campo due corpi veri, due sguardi, due storie, due segreti.

Ma guardandoli, è bene non dimenticare mai ciò che Claire dice all’inizio: “Fluttiamo nel virtuale. Ora siamo il ragno, ora la mosca”.

Chi è il ragno e chi la mosca, nel film di Safy Nebbou?

Forse, è questo il segreto che il volto di Claire/Clara cerca di nascondere.

Fin dalla prima inquadratura: il primo piano iniziale è sopra o sott’acqua? Chissà. Come dice il titolo originale: Celle que vous croyez. Quella che credete voi. Che crediamo noi.

Quella che lei riesce a farci credere di essere. Un’attrice.